L’arco di Holmegaard


 
Durante la seconda guerra mondiale la Danimarca fu occupata dai tedeschi e la raccolta della torba divenne un’attività assai diffusa in tutto il territorio per sopperire alla mancanza di carburanti provenienti dai paesi produttori. Questi scavi forzati portarono alla luce numerosi reperti provenienti da diverse fasi del periodo Mesolitico danese (8.500-3.800 a.C.). A quell’epoca le torbiere erano laghi poco profondi, fiumi e vasti territori paludosi e in quei paesaggi i primi abitanti della zona stabilivano i loro accampamenti estivi. Si trattava di popolazioni di cacciatori-raccoglitori appartenenti ad un ceppo culturale che viveva in tribù sparse in tutto l’enorme territorio pianeggiante del nord ovest europeo.

Nell’isola di Zelanda

Col passare dei secoli queste aree umide vennero mutate dal ciclo ambientale naturale in torbiere ma in seguito, a causa dell’enorme raccolta di torba operata dall’uomo, il territorio tornò a tramutarsi in centinaia di piccoli laghi. Ciò nondimeno la raccolta di torba non si arrestò e innanzi agli occhi stupiti degli increduli cercatori occasionali di combustibile, si presentarono non solo manufatti in selce ma anche in legno, legno che la palude e la torba umida avevano preservato per migliaia di anni. L’isola di Zelanda in particolare fu il luogo dove avvennero i più importanti rinvenimenti: in una zona chiamata Holmegaard Moose (Moose sta per “palude”), situata nella parte sud occidentale dell’isola, gli operai rinvennero molti manufatti in selce. Nel 1943 assieme a questi manufatti emersero anche reperti in legno. Ne venne subito informato il Museo nazionale, cosicché cominciarono scavi più accurati. Tra i molti attrezzi e suppellettili in legno, gli scavi portarono alla luce anche due archi: uno completo e un altro rotto a metà; vennero rinvenuti anche frammenti di frecce ed alcune di queste poterono essere ricostruite come frecce intere. L’arco in legno è il più antico arco al mondo mai rinvenuto intero ed è oggi esposto al Museo nazionale di Copenhagen, risale ad un periodo databile tra il 7.000 e il 7.400 a.C.
 
Caratteristiche e design

L’arco appare costruito con estrema cura, ben proporzionato, con flettenti bilanciati e una superficie liscia e ben levigata. Il suo disegno, i flettenti larghi, l’impugnatura stretta e la bellezza del suo insieme suggeriscono che questo tipo di arma doveva far parte della cultura di quella tribù da lungo tempo. Può essere classificato come arco piatto, la sua lunghezza è di 154 cm con flettenti larghi e non molto spessi, oltre ad un marcato restringimento ed ispessimento all’impugnatura. I puntali sono muniti di una nocca scanalata ad una delle estremità, mentre l’altra termina con un piolo cilindrico, il che sta ad indicare che la corda fosse fissa sul flettente inferiore e smontabile ad occhiello su quello superiore. L’arma è costruita in legno di olmo e si tratta di un ottimo pezzo di legno: cresciuto all’ombra, privo di nodi e con un andamento delle fibre drittissimo. Gli anelli di crescita del legno sono molto stretti ed indicano che la pianta è cresciuta in condizioni climatiche difficili. L’olmo non era abbondante nel primo Mesolitico, ciò significa che l’albero per quest’arco venne selezionato con estrema cura da un uomo che conosceva assai bene la sua arte: si trattava sicuramente di un costruttore d’archi professionista. Ovviamente è impossibile dire alcunché sulla funzionalità dell’arma, sulla sua efficienza e le sue doti caratteristiche se non ricostruendone una replica o, più precisamente, un’approssimazione.
 
Chi ne ha tentato la ricostruzione

Diversi costruttori e ricercatori americani hanno tentato l’impresa, ma colui che più di altri, a mio avviso, si è prodigato nello studio e ricostruzione di questo importantissimo manufatto, è stato il danese Flemming Alrune. Certo Alrune “giocava in casa”, per dirla in termini sportivi, perché egli poté esaminare e misurare minuziosamente l’originale esposto a Copenhagen, ma ebbe anche il merito di pubblicare le intere misurazioni delle sezioni e delle quote dell’arco di Holmegaard: grazie a lui, ora un tentativo potevo intraprenderlo anch’io. All’interno della moderna e consolidata scienza archeologica va sviluppandosi velocemente un campo di ricerche noto come archeologia sperimentale, che consiste nella replica controllata di antiche tecnologie al fine di fornire ipotesi che possano confermare (o smentire) i dati archeologici finora acquisiti. In tal modo molte antiche attrezzature, edifici e manufatti, sono stati ricreati al fine di apprendere la maggior quantità possibile di elementi sul loro processo di costruzione, di impiego e di usura. Tali esperimenti hanno mostrato che molte delle “certezze” tradizionalmente acquisite circa il modo in cui alcuni compiti venivano espletati, certi oggetti venivano costruiti e il modo in cui varie cose funzionavano, erano in realtà prive di fondamento. Quindi, sulle tracce del mio “collega” danese e con un bagaglio di circa un quarto di secolo di esperienza nella costruzione di archi in legno sulle spalle, la mia avventura mesolitica poteva avere inizio.
 

Durante l’occupazione tedesca in Danimarca vennero alla luce manufatti in selce e reperti in legno che le torbiere avevano preservato per millenni. Tra questi, il più antico esemplare di arco al mondo ritrovato perfettamente integro.

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Un errore valutativo dei primi studiosi

L’errore valutativo primario in cui incorsero gli studiosi che per primi esaminarono questo antichissimo arco fu relativo al verso in cui questo avrebbe dovuto piegarsi una volta in uso. Siccome il reperto presenta una superficie convessa e una piatta, si pensò che, come avveniva per gli archi inglesi di concetto medievale, anche il nostro venisse piegato verso la superficie convessa, lasciando quella piatta verso l’esterno, ossia come “dorso” dell’arco. Questa ipotesi non teneva conto delle dimensioni del legno dal quale l’arma venne ricavata: un tronchetto di olmo giovane del diametro di circa sette centimetri. La superficie convessa (quella panciuta per intenderci meglio) costituiva infatti la parte più esterna del tronchetto, lavorata quanto bastava a togliere la corteccia e al massimo il primo strato ligneo o strato di cambio. Il nostro caso è quindi ben diverso da quello dell’arco Tudor ricavato da grossi tronchi di tasso, dove la parte rotonda era costituita da durame, ossia la parte interna del legno; nell’arco di Holmegaard questa parte a cui succede di essere convessa per il solo fatto di essere la superficie esterna di un alberello che non andava violata, è formata invece da alburno, ossia dalla parte esterna e tenera del legno, mentre il durame resta interamente sulla superficie piatta, resa tale a causa della lavorazione di un tronco di piccole dimensioni. Il principio fisico del trave elastico che vuole il materiale duttile e soffice sottoposto a trazione ed il materiale duro e compatto sottoposto a compressione, è stato quindi rispettato appieno anche se con un capovolgimento della sezione a noi più familiare; inoltre la prima ipotesi avrebbe visto l’arco flettere nel senso inverso rispetto alla posizione dello spessore lasciato all’impugnatura, che non poteva trovarsi davanti all’arma come nei moderni longbows “reverse”, infatti in tal caso le fibre intagliate a scalino scosceso proprio sul davanti e al centro dell’arco ne avrebbero causato l’immediata rottura al primo tiro.
 
L’originalità dei flettenti

Questi grossolani errori interpretativi non accadrebbero se tra le équipe di studiosi che esaminano tali importantissimi reperti vi fossero dei costruttori di archi tradizionali. Ma veniamo alla caratteristica più intrigante e misteriosa di questo arco: i suoi flettenti, in un punto di poco sopra alle rispettive metà, subiscono un brusco restringimento mentre nel senso dello spessore presentano nello stesso punto un lieve incremento che torna poi a decrescere progressivamente verso il puntale. Anche qui gli esperti di turno suggerirono che si trattasse di strozzature sulle quali erano avvolti e fissati dei tendini di rinforzo. Anche stavolta l’ipotesi non resse non solo alla luce delle plausibili tecniche costruttive ma anche a quella del comune buonsenso: per quale ragione infatti uno strato di rinforzo in tendine dovrebbe coprire solamente una porzione centrale dell’arco e non l’intero dorso? Inoltre su queste strozzature non è visibile alcuna traccia di schiacciamento dell’alburno che normalmente presenta tali segni in forma di piccoli solchi quando viene sottoposto a legature poi rimosse. Di primo acchito verrebbe da formulare un’ipotesi assai semplicistica: una riduzione in larghezza delle parti terminali dei flettenti rende questi ultimi più aerodinamici e ne riduce la massa, aumentando perciò la velocità in chiusura e l’efficienza dell’arco. Secondo Flemming Alrune questa potrebbe essere solamente una parte di verità; l’altra parte andrebbe ricercata in un’osservazione talmente acuta e sofisticata che, se corretta, farebbe del nostro arcaio preistorico un tipo assai più in gamba di qualsiasi costruttore medieval-rinascimentale.
 
L’opinione di Flemming Alrune

Secondo il danese, che parla dal punto di vista di un fine artigiano, alla base di ogni “tradizione” si riscontra quasi sempre un fondamento pratico. Nel corso del tempo lo stato di necessità iniziale si modifica fino a diventare una vera e propria consuetudine e possiamo dedurre che doveva esistere una ben pressante motivazione per modificare un’arma indispensabile quanto l’arco. Osservando questi flettenti da un punto di vista della fisica, la ragione pratica può venire alla luce: se essi si rastremassero in modo uniforme dall’impugnatura al puntale ed allo stesso modo la loro larghezza andasse decrescendo in modo geometrico con due linee convergenti, sorgerebbe un problema proprio in quel punto quasi mediano. In tale punto infatti lo spessore del flettente in relazione alla sua larghezza sarebbe insufficiente a garantirne la tenuta e si tradurrebbe in un punto debole. L’arco in tal punto fletterebbe troppo a causa di una inevitabile mancanza di materiale. Il primo tratto di flettente, che va dall’impugnatura al centro di esso, resterebbe troppo rigido, lasciando compiere tutto il lavoro all’altra metà del flettente che va dal centro al puntale, con una possibilità di rottura proprio in quel punto situato a circa due pollici sopra al centro.
 
Una strozzatura mediana davvero geniale

Se la larghezza andasse decrescendo meno sensibilmente verso i puntali ed allo stesso tempo lo spessore diminuisse in modo lineare e regolare, l’arco diverrebbe lentissimo, privo di scatto e di efficienza per un’inevitabile carenza di durame sulla parte interna, quella soggetta a compressione.

La parte dominante diverrebbe il dorso, con il suo giovane alburno, dando luogo ad una tendenza alla deformazione permanente e ad una gittata risibile.

Se la larghezza andasse decrescendo a linee convergenti ma lo spessore diminuisse meno di quanto detto in precedenza, al fine di avere una accettabile quantità di durame presente, ne conseguirebbe che la parte terminale del flettente resterebbe quasi inerte, rigida ed inoperante: la metà superiore del flettente resterebbe piatta.

La genialità in questi corti flettenti risiede proprio in quella strozzatura mediana. In questa sezione la larghezza si riduce repentinamente ma allo stesso tempo lo spessore aumenta impercettibilmente prima di tornare a rastremarsi verso le punte.

Questo disegno e questa tecnica costruttiva consentono a ogni singolo punto, sezione e segmento del flettente di essere pienamente attivo ed operante, il che significa la massima restituzione di energia ipotizzabile, caratteristica non riscontrabile in nessun arco in legno semplice convenzionale fino a tutto il periodo vittoriano e fino ai primi del novecento americano.
Noi uomini evoluti e progrediti, noi “scienziati” del ventunesimo secolo dobbiamo tornare a scuola da questi cacciatori mesolitici se vogliamo capire il funzionamento di una cosa tanto semplice e “puerile” come l’arco.

Nell’affrontare la mia replica dell’arco di Holmegaard non disponevo di olmo sufficientemente stagionato, ma avevo un ramo di tasso delle dimensioni canoniche.

Per quanto riguarda la larghezza e la lunghezza, mi attenni fedelmente all’originale.
La stessa cosa non fu possibile per tutti gli spessori, in quanto il tasso presenta irregolarità più vistose dell’olmo; presenta nodi sul dorso che vanno lasciati in rilievo per compensare il punto debole e l’andamento delle fibre subisce delle sinuosità che vanno assecondate e capite in relazione al concetto di flessione su linea virtuale che poteva avere l’arco autentico.
È un arco estremamente difficile da riprodurre, specialmente nel processo di bilanciamento dei flettenti (tillering), è necessaria un’attenzione estrema per realizzare un pezzo veramente riuscito.

Non crediate tuttavia che per “riuscito” si intenda una fotocopia dell’arco esposto a Copenhagen: la lunghezza e la larghezza possono essere riprodotte fedelmente, ma sono il tipo e la qualità del legno a determinare quali spessori la replica dovrà avere, non altro.
A causa delle variabili naturali presenti in ogni singolo pezzo di legno, sarebbe stupido riprodurre un reperto archeologico di arco come se fosse la sua esatta fusione in cera persa fino all’ultimo dettaglio ed aspettarsi poi che funzioni.
 
Per una sperimentazione intelligente

Ciò che risulta assai più importante e vitale è capire appieno il principio e la lezione che ci insegna questo maestro sorto dalle paludi...

la sperimentazione intelligente consiste in questi casi nel far rivivere il concetto nella sua piena funzionalità come avrebbe fatto “quel” costruttore, non fare una copia carbone di un suo pezzo unico e che lui stesso non approverebbe.

Il risultato ottenuto sfruttando questi principi è stato un arco da caccia del carico di circa 50 libbre, con una velocità di chiusura e un’efficienza sensibilmente superiori a quelle finora ottenute con design medievali e moderni.

Come ogni inizio esso è perfettibile, ma indica che il percorso seguito è quello giusto.

Agli albori di uno sport moderno - (II)


- Parte seconda -

 
Riprendendo le considerazioni fatte nella prima parte di questo articolo, mi pare opportuno procedere con l’evoluzione che l’arco ha seguito in epoca relativamente recente. Sebbene largamente pacifico e prospero, il regno della regina Vittoria (imperatrice delle Indie) è finito in una guerra sanguinosa. Già il conflitto con l’etnia Zulu, vinto a malapena e con grosse perdite britanniche, aveva gravemente minato l’equilibrio di potere in Sud Africa e l’Inghilterra tentava di mantenere il controllo sulle sue “provincie” contro la determinazione dei boeri. I lunghi conflitti che ne seguirono sono oggi infatti noti come le “guerre boere”.
 

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Arcieri al Griffith Park Range di Los Ageles California nel 1940. Il campione Larry Hughes è in primo piano. Da notare gli archi in tasso con le estremità ricurve.

 
I club di tiro britannici

Sebbene il tiro con l’arco sportivo soffrisse per tale situazione, come sempre accade quando la guerra suona il suo triste tamburo, i club britannici di appassionati di tiro con l’arco si riunivano, nonostante tutto, con discreta frequenza e, con le scorte di buon legno per archi ancora fiorenti, l’arte dei costruttori d’arco continuava a prosperare. Il tennis su prato e il golf stavano diventando attività all’aperto molto popolari e con esse si diffuse anche il tiro con l’arco “ricreativo”. I membri dei club arcieristici dei primi e della metà del XIX secolo erano così numerosi da non esservi alcun paragone con le esigue brigate delle compagnie di arcieri odierne. Sebbene il conflitto boero avesse un qualche effetto negativo sul tiro con l’arco, esso non ne ebbe tanto quanto la Grande Guerra del 1914-‘18. Assai pochi club di arcieri dovettero cessare la loro attività come diretto risultato delle guerre boere e, essendo ancora l’arco un’attività sociale accettabile, i prestigiosi raduni arcieristici frequentati dalle classi benestanti della buona società continuarono senza alcuna seria interruzione. Fu proprio in questi anni che accadde un fatto assai importante tuttavia rimasto ignoto: sebbene ciò non sia stato registrato nelle cronache ufficiali delle competizioni internazionali, i primi del novecento videro anche i primi tentativi di apertura alle competizioni internazionali tra arcieri. Organizzato dalla allora quasi onnipotente Royal Toxophilite Society in collaborazione con il Comité General des Sport du Touquet en France, arcieri inglesi, francesi, svizzeri e belgi si incontrarono in piacevole competizione per ben sei volte tra il 1904 e il 1914, smentendo nettamente la versione ufficiale secondo la quale la scena arcieristica internazionale ebbe inizio nel 1931. I Giochi olimpici del 1908 inclusero il tiro con l’arco tra le discipline praticate e vi fu già allora una presenza americana. Venne adottato il tipo di gara usato per i Campionati nazionali maschili e femminili che era allora comune ad entrambi i paesi anglofoni. Questi Giochi del 1908 vennero vinti per la prima ed unica volta da un britannico, il campione Willy Dod.

Sebbene l’interesse diretto della nobiltà verso il tiro con l’arco fosse a quel punto quasi svanito, patroni e patronesse “di rango” ancora presenziavano i grandi raduni arcieristici e le occasioni sociali che questi accompagnavano. I saloni da ballo e i campi di tiro aristocratici continuarono ad andare mano nella mano durante le lunghe estati calde dei primi del novecento. Erano tempi ed ambienti più cavallereschi sotto certi aspetti, anche se noi li definiremmo snobistici e senza dubbio elitari. Certo, erano altri tempi, dove il bon ton e l’etichetta avevano la meglio sulla spontaneità, ma che dire dei club di oggi dove spesso l’amicizia viene sacrificata sull’altare dell’eccellenza? Le due maggiori industrie artigianali per la costruzione di archi, che portavano le firme dei famosi arcai Aldred e Buchanan, predominanti fino agli ultimi anni dell’ottocento, avevano a quel punto cambiato gestione ma non il carattere e la qualità degli archi costruiti. Sebbene Thomas Aldred e James Buchanan fossero morti prima della fine del secolo, le loro organizzazioni, costruite con tanta cura, sopravvissero praticamente intatte. Il nipote di Aldred, James Izzard, venne messo a capo dell’azienda subito dopo la prematura scomparsa del nonno nel 1887 e la portò avanti con successo fino al termine della prima guerra mondiale. Attorno al 1918 Izzard fece una fusione con la ditta arcieristica indipendente condotta da Frederick Henry Ayres, del quale parleremo in seguito. Dopo la morte di James Buchanan nel 1889, la sua ditta continuò a lavorare finché anch’essa si fuse con la Ayres, che già aveva assorbito la sua rivale di Aldred ed ora dominava il mercato. Avvenne però una cosa curiosa e quasi ironica: Aldred e Buchanan avevano iniziato la loro attività assieme come società al 50 per cento, avevano poi rotto sia società che amicizia dopo furiose liti ed ora, sebbene i loro marchi e le loro identità fossero andati perduti in queste fusioni post mortem, le loro rispettive attività tornarono a riunirsi in affari dopo circa 75 anni.
 
La sezione a “d” nei puntali in corno

Sebbene gli standard di qualità nella costruzione degli archi venissero mantenuti, almeno durante i primi quattro decenni del novecento, ciò si verificava in larga parte a spese dell’individualità. La sezione a “d” con la parte interna alta ed accentuata (stacked), tornata ora familiare tra i tradizionalisti, dominava in questo periodo i puntali in corno lavorato e le corde venivano invariabilmente importate dal Belgio mentre i rivestimenti sulle impugnature variavano poco da un costruttore all’altro. Inoltre molti vecchi archi ancora firmati Buchanan o Aldred venivano in realtà costruiti dalla quasi onnipresente famiglia Purtle, giustamente famosa per la qualità dei suoi manufatti, quindi era difficile distinguere un arco fatto da un Purtle per Aldred o per Buchanan. A Meriden nel Warwickshire, viveva la famiglia Thompson, che portava avanti silenziosamente un’attività di costruttori di archi iniziata oltre un secolo prima. Il loro workshop stile diciottesimo secolo ancora risuonava di romantica attività. F.W. Thompson insegnava a suo figlio Ned l’arte di costruire archi e frecce come gli era stato a sua volta insegnato dal padre e lo preparava a succedergli come bowmaker per la prestigiosa compagnia Woodmen of Arden, il più importante sodalizio di longbowmen del regno. Scorte di buon legno di tasso rimasero più o meno disponibili fino allo scoppio della prima guerra mondiale, ma le forniture cessarono durante tutto il conflitto e rimasero saltuarie anche subito dopo. Col cessare degli effetti del trauma internazionale e il ritorno alla vita e al lavoro normali, il legno di tasso fece la sua ricomparsa sulle scene in quanto i cataloghi di Ayres (quello che aveva rilevato sia Aldred che Buchanan) del 1930 mostrano archi in vendita: “fatti del miglior tasso Italiano e Spagnolo” e questi continuarono ad essere reclamizzati fino all’inizio del secondo conflitto nel 1939.
 

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Attorno al 1945 il costruttore d’archi Russel Willcox iniziò a proporre un suo tipo di arco ricurvo in lamine di osage e hickory, lo battezzò: “Duoflex”. Questo modello era il miglior arco del periodo “pre fibra di vetro” e dette l’impulso ai successivi modelli ricurvi laminati sintetici. Willcox è qui all’opera nel suo laboratorio artigianale.

 
Il catalogo di Frederick Henry Ayres

Frederick Henry Ayres, inizialmente tornitore di legno, cominciò con l’aggiungere attrezzature da croquet e altri giochi da giardino al suo catalogo nel 1870, arrivando a comprendere l’attrezzatura arcieristica nel 1889. Morì straricco nel 1906, lasciando un capitale di 560.000 sterline del tempo da dividere tra i suoi quattro figli. Quando si trattò di dare un nuovo assetto all’attività paterna, gli eredi le diedero il nome di F.H. Ayres Ltd. e da quel momento tale marchio fu stampigliato sui loro archi (un particolare, questo, che aiuta i collezionisti nella datazione degli archi di Ayres). Anche se gli archi di tasso restavano i più ricercati e apprezzati, la ditta Ayres cominciò in quegli anni a reclamizzare in prevalenza archi lunghi in lancewood, sia rinforzati che in un sol pezzo, assieme ad altri in lemonwood. Quest’ultimo legno veniva importato da Cuba ed era, in quei primi del novecento, un eccellente sostituto dei più costosi lancewood e tasso. I prezzi variavano sensibilmente se si trattava di archi in tasso poiché il costo di tale legno rifletteva l’andamento del mercato. Un arco in tasso di un sol pezzo (self) che nel 1933 costava 2,25 sterline, veniva venduto a 5,5 sterline soltanto quattro anni dopo, mentre gli archi reclamizzati come “i migliori in lancewood”, rimasero stabili, allo stesso modesto costo di 18,6 scellini (1.50 $). Come c’era da aspettarsi, il tasso di importazione divenne sempre più difficile da ottenere, scomparendo virtualmente dalla scena commerciale poco dopo la fine della seconda guerra, quando le scorte accumulate dalla Spagna e dal Nord Italia nel periodo pre-bellico si esaurirono. Una delle prime vittime del secondo conflitto mondiale fu proprio la fabbrica di Ayres, distrutta dai bombardamenti tedeschi su Londra del 1941. Essa venne in seguito ricostruita e le venne dato il nuovo nome di Ayres Sport Goods, ma nel 1946 avrebbe di nuovo cambiato denominazione in seguito ad una ulteriore fusione con la ditta di articoli sportivi Slazenger, oggi ancora ben nota.

La ditta divenne così la Slazenger-Ayres e gli archi in legno e le frecce prodotti in quel periodo portarono quel marchio. Infine il nome Ayres venne abbandonato e restò solo il marchio Slazenger e gli archi prodotti in quegli anni recanti quel marchio fanno oggi la gioia dei collezionisti.

L’unica ditta rimasta a fare concorrenza alla Slazenger su quel che era ormai diventato un mercato tradizionale in rapido declino, era la vecchia fabbrica di John Jaques & Son Ltd. Sebbene costoro dichiarassero di essere costruttori di attrezzature arcieristiche fin dal 1884 (almeno così si leggeva nei loro cataloghi), non sono noti archi da loro firmati che risalgano a prima del dopoguerra. Un esemplare di questi archi, in lemonwood, esaminato dall’esperto Hugh Soar e confrontato con gli altri esemplari prodotti da Ayres e Slazenger, rappresenta a suo dire “un infimo esempio di caduta in disgrazia del longbow”. Sia Slazenger che John Jaques abbandonarono il design di arco tradizionale inglese sul finire degli anni ’40, per passare ai primi modelli di archi piatti, tra i quali il Black Mamba, che diede un importante contributo al successivo sviluppo dei primi archi sportivi ricurvi. Sebbene la cosa possa apparire pretestuosa, pare che John Jaques si vantasse di aver messo sotto contratto l’ultimo apprendista costruttore di archi lunghi inglesi, un certo Sorell. Costui si autodefiniva l’ultimo costruttore di longbows in tasso agli inizi della seconda guerra nel 1939. Si dice che Sorell abbia costruito e fornito archi ai reparti speciali dell’esercito britannico, ma si sa invece per certo che egli “armò” il gruppo dei veterani volontari della prima guerra (noto col nomignolo di “esercito dei papà” ) che “tenne” le linee difensive mentre l’esercito regolare si raggruppava malconcio in patria dopo la cocente batosta subita a Dunkerque. Ma siamo andati troppo oltre. Il ventesimo secolo è stato, nel bene e nel male, il secolo del progresso tecnologico, e arco e frecce non sarebbero sfuggiti alle innovazioni incombenti. Mentre gli apprendisti arcai e frecciai in Inghilterra e in Scozia mantenevano ampiamente lo status quo del vecchio arco inglese, assai diversa era diventata la “musica” negli Stati Uniti. Dopo una timida partenza (poiché il riconoscimento del tiro con l’arco tra gli sport accettati richiese tempo in Nord America), menti indagatrici erano al lavoro. Saxton Pope, medico chirurgo, scrisse un libro nel 1923 dal titolo “Bows and Arrows” , nel quale venivano confrontate le caratteristiche degli archi a lui disponibili in quegli anni. Non essendo Pope ingegnere, lasciò il lavoro di ricerca ai tre fisici Clarence C. Hickman, Paul Klopsteg e Forrest Nagler.
 
Il trattato “Archery The technical Side”

Il trio doveva passare alla storia per i sorprendenti risultati delle proprie ricerche, pubblicate in forma di libro dal titolo “Archery, The technical Side” (N.F.A.A. California 1947). Il longbow, decantato da Pope come superiore ad ogni altro arco da lui provato, venne esaminato con rigore scientifico dal nostro terzetto e trovato carente. Il loro ponderoso trattato mutò il volto dell’arcieria, suonando la campana a morto per il vecchio longbow inglese come attrezzo seriamente competitivo e aprendo le porte all’arco piatto da cui derivano sia l’arco lungo “tradizionale” americano che il ricurvo composto moderno. Sarebbe troppo complicato e difficile riportare i calcoli e le formule elaborate dai tre americani, ma in parole semplici, si può dire che venne trovato che la sezione a “d” tradizionale dei flettenti dell’arco inglese era meno efficiente della sezione rettangolare di un arco piatto. A parità di energia immagazzinata, il flettente piatto ne restituiva alla freccia più di quanto non facessero il flettente a sezione inglese e le altre sezioni sperimentate. Se mi fosse dato di commentare a posteriori, cosa sempre rischiosa, oserei quasi dire che i tre fisici non fecero altro che trovare la conferma scientifica di un principio che i nostri antenati europei avevano già intuito e messo in pratica dal 7.400 a. C. L’arco di Holmegaard rinvenuto in Danimarca risale proprio a quel lontanissimo periodo e ha i flettenti piatti, come piatti sono pure gli archi rinvenuti a Meare e a Ashcott Heath in Inghilterra (2.700 a.C.) e quelli recuperati nei pressi del lago di Ledro in Italia (Età del Bronzo medio). Restava da affrontare il problema della controcurvatura dei flettenti. Paul E. Klopsteg, studiando l’arco composto orientale di tipo turco, si rese conto che se ai vantaggi del flettente piatto si fossero uniti a quelli della curvatura in avanti della parte terminale, l’arco avrebbe potuto raggiungere alti livelli di efficienza. L’arco ricurvo oggi usato è quindi il frutto di calcoli moderni applicati ad archi antichissimi e, per atteggiarmi ancora una volta a grillo parlante dell’ultima ora, sfiderò i fischi dei modernisti scandalizzati affermando che l’arco “moderno” di moderno ha soltanto i materiali e non certo i concetti.

Ma ancora una volta ho corso troppo... Attorno al 1935 l’esaurirsi delle scorte di tasso e la maggior domanda di archi dovuta alla crescita in popolarità che lo sport incontrava, portò le industrie ad orientarsi su materiali alternativi al legno. Si pensò all’acciaio: l’idea non era certo nuova. Archi in acciaio sono citati da Roger Ascham nel “Toxophilus” (1545) come usati dai turchi; archi in acciaio venivano costruiti in India fin da tempi antichissimi. Era nuovo però il concetto: invece della poco efficiente (per l’acciaio) struttura lamellare semplice si adottarono soluzioni assai intelligenti. I primi tentativi che dettero risultati degni di nota avvennero già in America nel 1927. Un certo Robert H. Cowdery, manager di una ditta meccanica, tentò di costruire archi in barra di acciaio con una sezione a “t”; in pratica al flettente piatto veniva aggiunta una bassa nervatura di rinforzo centrale. I primi archi così ottenuti non erano un granché, essendo troppo lunghi. Così un suo amico, un certo dr. George Hays di Richmond nell’Indiana, gli suggerì di usare per i flettenti i manici tubolari in acciaio delle mazze da golf. L’esperimento riuscì e il già citato campione di tiro alla targa Robert Elmer vinse il primo torneo della Philadelphia Archery Association usando proprio uno di questi archi-mazza da golf. La resa dell’arco era ottima, la gittata fantastica, l’unico neo era dato dall’eccessiva tendenza di questo veloce attrezzo a rompere le corde, che a quei tempi erano ancora in lino o canapa. Il problema della corda venne risolto usando un filato sintetico, il Fortizan, del quale parleremo ancora. Vennero commercializzati così un certo numero di questi archi innovativi, ma quando iniziarono a rompersi nella svasatura necessaria per eseguire la giunzione centrale, il modello venne abbandonato.
 

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Due veterani in un’immagine del 1944. Da sinistra: Robert Elmer e Truxtum Hare.

 
Al tempo di Robert Elmer...

Si tornò quindi alla sezione a “t”, facendo però tesoro del primo fiasco e costruendo l’arco lungo solo cinque piedi invece di sei. Il risultato fu stavolta soddisfacente ed Elmer vinse il doppio American Round della N.A.A. del 1927 usando uno di questi attrezzi. Mentre Elmer continuava ad usare questo tipo di arco “strano”, gli si avvicinò un certo Taddeus T. Merriman, ingegnere capo dell’azienda comunale acque potabili di New York, che disse al campione che la gittata dell’arco sarebbe stata uguale, se non superiore, ed i costi di produzione sarebbero stati abbattuti se i flettenti fossero stati costruiti prima piatti e quindi piegati sui lati fino a formare un profilato a “u”. In seguito si venne a sapere che l’idea era già coperta da brevetto di un certo Badger del 1881, ma nessuno allora lo sospettava. Elmer passò quindi l’idea a Cowdery che la realizzò trovando che funzionava. Il modello venne perciò standardizzato con una lunghezza di circa cinque piedi e due pollici e i flettenti inseriti in un manico centrale rivestito in sughero: gli venne poi dato un nome con il marchio True Temper. Ma dopo pochi anni la fabbricazione cessò poiché Cowdery aveva orientato la sua azienda su articoli che consentissero una produzione di massa e gli archi purtroppo non lo erano. Il miglior arco in acciaio in assoluto sarebbe nato però in Svezia nel 1935: il Seefab, della See Fabriks Aktiebolag di Sandviken, una cittadina a nord di Stoccolma. Non ci è dato sapere se gli esperimenti americani con l’acciaio abbiano ispirato o influenzato in qualche modo i produttori svedesi, tuttavia gli scandinavi superarono gli “yankee” sia in arguzia che in abilità tecnica. Il pur quasi riuscito arco americano in “mazze da golf” aveva i flettenti cavi rastremati per mezzo di una serie di gradini, poiché questo era il solo modo che gli americani conoscevano per ridurre il diametro di uno stesso tubo metallico senza alterarne gli spessori; di qui la tendenza alle rotture precoci.

Per il Seefab invece, che funzionava sul principio di un flettente tubolare schiacciato, gli svedesi riuscirono ad ottenere una rastrematura perfettamente liscia ed omogenea senza cambiare spessore alle pareti o anche variandolo ove fosse necessario. Questo tipo di arco conobbe una popolarità notevole tra gli arcieri agonisti non solo in Svezia ma anche in Inghilterra e in America, pur non soppiantando mai del tutto il tradizionale arco in legno. Ma anche il suo momento di gloria doveva finire: si scoprì infatti che il Seefab tendeva con l’uso ad incrudirsi e dopo circa due o tremila flessioni l’arco cedeva spezzandosi, con grosso rischio per l’incolumità dell’arciere. Nuove vie andavano dunque cercate. I primi timidi tentativi di controcurvare le estremità degli archi sportivi in legno vennero fatti attorno al 1930 in America. Prima di allora tale pratica era pressocché sconosciuta sia sui campi di gara britannici che su quelli statunitensi, sebbene se ne discutesse la possibilità per via delle tante raffigurazioni antiche che mostravano archi di quella forma. Si iniziò a farlo con l’applicazione di calore ed in seguito anche con la costruzione dei flettenti in strati lamellari incollati assieme e pressati su apposite forme o dime. Certo, dopo aver conosciuto il brivido delle fantastiche prestazioni degli archi in acciaio, era difficile riadattarsi alle mediocri performances del solitario legno, per quanto romantico fosse. Il già citato Robert Elmer, che aveva avuto modo di ammirare le qualità del Fortizan come materiale per le corde, nel 1946 ebbe l’idea di usare questo filato sintetico (si trattava di una materia plastica scaldata e trafilata attraverso fori sottilissimi) incollandolo a formare uno strato omogeneo sul dorso di un suo arco in legno, come già si faceva con la seta o la pelle cruda. Elmer restò sbalordito di quanto l’arco migliorò in prestazioni, non solo in velocità di chiusura ma anche in indeformabilità, resistenza alle intemperie, ecc.
 
L’introduzione della fibra di vetro

Il Fortizan venne largamente usato da allora in avanti come “backing” di rinforzo sul dorso degli archi, ma non poteva tuttavia essere usato sulla parte interna dei flettenti poiché non possedeva sufficiente resistenza alla compressione. Nel 1951 Fred Bear, americano di origini svizzero-tedesche, introdusse la più sostanziale innovazione all’arco, ancora insuperata nel concetto: l’applicazione della fibra di vetro unidirezionale su entrambe le superfici dei flettenti. Ciò ha conferito al nostro amato attrezzo, sia di foggia tradizionale che non, le doti di efficienza e indeformabilità che tutti oggi conosciamo e apprezziamo. Attorno al 1961 un arciere cacciatore deluso per aver mancato la preda a causa di una sua sottovalutazione della distanza, studiò un ingegnosissimo sistema per rendere la traiettoria della freccia più tesa con relativo minor sforzo di carico all’ancoraggio. L’arciere si chiamava H.Wilbur Allen e viveva a Kansas City nel Missouri. Allen costruì e provò diversi prototipi del suo micidiale attrezzo, fino ad ottenerne il brevetto il 30 dicembre 1969. Era nato l’arco compound, o meglio “il compound” poiché, nonostante l’enorme popolarità che questo attrezzo andava incontrando tra ogni categoria di arcieri, la Fita non lo poté riconoscere come arco. La ragione del primo rifiuto trovava supporto nell’articolo 504, comma (a) del regolamento, che definiva arco “un corpo flessibile con una corda direttamente unita alle estremità”, mentre il compound funziona sul principio di due pulegge eccentriche con la corda unita a cavi che scorrono su di esse. Le ragioni di chi tuttora si oppone a tale mutamento suonano così: “il fatto che uno strumento possa tirare una freccia, non fa necessariamente di esso un arco. Infatti frecce sono state scagliate con moschetti, fionde, catapulte e altri congegni.

Ma perché non definire arco un qualcosa che tanto gli somiglia ed è più efficiente e facile da tendere?”. Tale diatriba resta tuttora irrisolta e divide il mondo arcieristico in compoundisti e non. Il resto è storia recente e, si spera, futura.

Agli albori di uno sport moderno - (I)


Alcune osservazioni sui primi archi in legno per uso sportivo e sulla loro costruzione.
 
Il tiro con l’arco nella sua dimensione sportiva e ludica nacque, potremmo presumere, quando il primo uomo scoccò una freccia per il puro piacere di farlo, senza quindi un preciso “scopo” utilitaristico, di caccia o di guerra che fosse. Vi sono accenni del “tiro al bersaglio” con l’arco nella stessa Bibbia, sarebbe quindi riduttivo affermare che il nostro sport nasce nell’Inghilterra vittoriana per poi trapiantarsi ed espandersi dagli Stati Uniti al resto del mondo. Tuttavia, da un punto di vista meramente federativo e formale, le cose sono andate proprio così, se non dal punto di vista strettamente olimpico della Fita, almeno sul piano del tiro di campagna di ispirazione venatoria, che ebbe nei fratelli Thompson prima e in Fred Bear e Hill dopo, i principali promotori.
 
Non esistono testimonianze scritte

Chi per primo in America entrò in possesso di un arco “sportivo” in legno di tasso, non ci è dato saperlo. Alcuni dei primi membri della compagnia United Bowmen di Filadelfia andarono a visitare l’Inghilterra ed è probabile che alcuni di loro siano tornati a casa con un arco inglese tra le mani, anche se non esistono testimonianze scritte a tale proposito negli annali del club. Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, gli archi in tasso erano diventati una vera rarità persino in Inghilterra durante tutto il secondo quarto dell’ottocento: l’improvvisa esplosione di popolarità che lo sport conobbe nel 1825 deve aver provocato un vero saccheggio delle scorte del prezioso e raro legno, tale da richiedere il largo impiego di legni sostitutivi fino ai giorni del leggendario campione di tiro alla targa Horace Ford, autore tra l’altro del primo trattato sul tiro con l’arco moderno, intitolato “Archery, Its Theory and Practice” (1856). Correva l’anno 1829 quando il primo arco inglese “cadde” in mano agli United Bowmen di Filadelfia: si trattava di un longbow in lemonwood rinforzato sul dorso, opera del blasonato arcaio Waring. Nessun arciere di quella veneranda compagnia d’oltreoceano ebbe mai un arco in tasso fino a poco tempo prima della Guerra Civile tra Nord e Sud. Un certo Maxon, che scriveva sulla rivista arcieristica “Badminton” nel 1894, fu il primo dell’ambiente a citare il Taxus brevifolia (tasso americano) commentando la situazione costruttiva del tempo con queste parole: “La mancanza di esperti costruttori di archi ha fatto sì che fosse sinora meno rischioso procurarsi un arco inglese in tasso o in lancewood (Oxandra lanceolata) di buona qualità piuttosto che orientarsi su un attrezzo in legno nostrano e di costruzione americana. Il tasso della California consente di ottenere un’eccellente stecca da arco, ma esso finora è stato assai poco usato in quanto gli arcieri, che preferiscono il legno di tasso, generalmente prediligono le qualità di più densa crescita provenienti dall’Europa. Alcuni archi di eccellente fattura vennero costruiti con tasso americano a San Francisco e New York all’incirca tra il 1880 e il 1882 e, quando vengono rinforzati sul dorso con uno strato di Hickory, questi attrezzi non hanno nulla da invidiare a quelli in tasso spagnolo di assai maggior pregio e costo”.
 
Il più costoso: un longbow in lamine di bambù

Tuttavia, nei cataloghi dei dettaglianti di materiale arcieristico di New York e Brooklyn di quegli anni, non  troviamo nemmeno l’ombra di un accenno al tasso. In quel periodo l’arco più costoso ed apprezzato era un longbow in lamine di bambù incollate e congiunte al centro, che veniva venduto a “ben” venti dollari, mentre un “arco da uomo lungo sei piedi di prima qualità, in lancewood massello con puntali in corno o alluminio, completo di impugnatura rivestita e corda intrecciata” veniva quattro dollari e cinquanta. Altri archi da club, di simili caratteristiche ma di evidente superiorità qualitativa, venivano venduti a sette dollari, mentre un altro tipo di arco in lancewood rinforzato con hickory sul dorso e legature in seta per rinforzo ed estetica, veniva nove dollari. Il secondo in classifica, dopo il pregiato arco in bambù, era un longbow di snakewood massello (Piratinea guianasis), un legno originario della Guiana, che veniva venduto a quindici dollari. Il listino di un altro grosso commerciante del settore, Horsman’s, era più o meno uguale, ma la sua gamma di archi rinforzati sul dorso è più interessante per via dell’ampia varietà dei legni menzionati. Gli archi erano tutti rinforzati in lancewood, ma i bellies (le facce interne) includevano: hickory, amaranto, beefwood (Minusops globosa), rosewood e altri legni esotici come il pheasant. I prezzi andavano dai cinque ai nove dollari. Questo è anche il solo esempio a me noto nel quale la pratica usuale venne invertita e l’hickory usato sulla parte interna soggetta a compressione invece che su quella esterna per resistere alla trazione.
 

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La signora Roosvelt con il Dr. Elmer nel 1937 a Hyde Park.

 
Robert P. Elmer negli anni ’30-‘40

Robert P. Elmer, campione indiscusso di tiro alla targa tra gli anni ’30 e ’40, ci riferisce di aver visto un sacco di quei vecchi archi risalenti agli inizi del 1880 e di averne anche usati alcuni. “Si doveva essere assai prudenti - spiega Elmer - poiché la colla di quei tempi cedeva all’improvviso a causa del clima eccessivamente secco. Erano attrezzi mediocri rispetto agli standard “moderni” (scriveva Elmer nel 1946) - ma erano magnificamente rifiniti ed eleganti esteticamente, poiché quei legni duri consentivano la costruzione di archi veramente sottili e snelli. I Belgi ancora usano archi di questo tipo”. Nessun legno può essere usato se non è passato attraverso il processo di stagionatura. La quantità di acqua normalmente presente nel legno fresco è enorme, ma la proporzione è maggiore in alcuni tipi di legno piuttosto che in altri. Anche un legno durissimo come il teak, che cresce per natura a fibra fitta e solo su pendii di montagne asciutte e con perfetto drenaggio, è troppo pesante per galleggiare quando è appena tagliato, il che implica un peso specifico superiore alle 63 libbre (28,5 kg) per piede cubico. Quando viene seccato abbastanza per essere messo in commercio pesa intorno ai 18 kg al piede; ciò sta ad indicare la perdita di ben un terzo della massa iniziale. Quindi la riduzione del contenuto acquoso del legno è “volgarmente” nota come stagionatura, ma questo importante processo non può essere spiegato in termini così elementari e semplicistici. È abbastanza vero che, durante la stagionatura, l’acqua in eccesso contenuta nei vasi fibrosi del legno evapora, tuttavia è anche vero che durante questo importante e lento fenomeno avvengono numerosi e complessi mutamenti sia chimici che istologici, che risultano evidenti solamente dagli effetti che essi producono ma che possono essere seguiti in dettaglio soltanto attraverso la perseverante ricerca di personale scientifico qualificato.
 
Quando il legno esprime la massima forza

 La Treccani o la Britannica dicono che: “La rigidità del legno aumenta con l’evaporazione dell’acqua solo fino a raggiungere il 3 o 4 percento di umidità residua nel legno stesso e in questo stato il legno può esprimere la massima forza ma non al di sotto di questa percentuale. Tuttavia, nella pratica comune, legno così secco non si trova mai: il legname, anche in condizioni climatiche calde e ventilate, continua a contenere almeno un 10 percento di umidità residua”. Un tale stato di “disidratazione” può essere velocemente ottenuto procedendo all’evaporazione del legno verde in appositi forni, ma l’effetto, come andremo ad analizzare, diventa disastrosamente debilitante per la struttura lignea. Purtroppo la logica moderna di lavoro è più vicina all’avidità che non alla saggezza: deve tradurre in termini monetari ogni attimo di tempo che passa, così che tutto il legname da opera reperibile oggigiorno è già stato inevitabilmente trattato in quel modo indegno, salvo poche, rarissime eccezioni relative a poetiche e pittoresche segherie di montagna, ormai in via di estinzione. Chiunque abbia eseguito anche soltanto qualche casereccio lavoro di carpenteria può aver notato la differenza di consistenza tra una tavola in legno moderna e una dello stesso legno stagionata in modo naturale qualche generazione addietro. Questa asserzione può essere scioccante per coloro che oggigiorno hanno intenzione di costruire “romantici” archi in legno, poiché implica il fatto che ogni nostalgico arcaio desideroso di far rivivere i magici attrezzi del passato dovrebbe anche tagliare e stagionare per conto proprio il prezioso materiale, con conseguente maggior “perdita” di tempo, mettendosi quindi in netto contrasto con la logica moderna.
 

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Vecchi maestri del tiro con l’arco.

 
Il processo di essiccazione

 La struttura cellulare del legno è analoga per molti aspetti a quella della carne: proprio come della carne fresca e succulenta può essere modificata dal processo di essiccazione fino a diventare dura, rigida e resistente, quindi il legno diviene anch’esso duro e forte a seguito di un simile processo naturale.

Tale processo, come abbiamo già accennato, non è il risultato di una semplice disidratazione. Le cellulose, le resine, i protéidi, gli albuminoidi, gli zuccheri, gli amidi, gli oli, i protoplasmi e le altre sostanze presenti nel legno sviluppano complicati e poco noti cambiamenti sia chimici che fisici al loro interno ed è qui che la moderna stagionatura artificiale fallisce il suo obiettivo: potrà anche drasticamente ridurre il contenuto acquoso in poco tempo, ma non potrà mai consentire alle altre complesse e delicate alterazioni di accadere. Il tempo prescritto per legge dal governo britannico per la stagionatura del legname in tempo di pace variava, alcuni decenni or sono, dai tre mesi per le essenze tenere sbozzate in travi quadrate dai quattro ai sei pollici di lato, fino ai ventisei mesi per i legni duri in travi di sezione dai due piedi in su.
Mentre questi tempi potevano essere sufficienti per le necessità degli architetti, sono tuttavia inadeguati per quelle di un buon arcaio. Il legno di tasso, in Inghilterra, veniva stagionato nelle botteghe dei costruttori d’archi per circa cinque anni; a noi tutto ciò può apparire eccessivamente “conservatore”, soprattutto in considerazione del fatto che il costruttore inglese parte da una stecca di legno che non è molto dissimile da un arco sovradimensionato, eliminando poi le eccedenze un po’ per volta ogni anno.  Tuttavia, nel nostro clima continentale più asciutto, tre anni di stagionatura sono più che sufficienti.
Naturalmente sono stati costruiti molti archi con legni stagionati al di sotto dei tre anni e hanno funzionato ugualmente, ma sarebbero stati migliori e più duraturi se il loro legno fosse stato stagionato più a lungo.
 
Alburno e durame

La fondamentale differenza tra l’alburno e il durame del legno è la stessa differenza che esiste tra la vita e la morte, infatti il durame (interno del tronco) non è nient’altro che alburno morto. Le cellule dell’alburno sono ancora piene di protoplasma vivente, mentre nelle cellule del durame il protoplasma è morto ed è stato rimpiazzato da tannino e resine. L’alburno contiene anche le fibre cave e i condotti attraverso i quali passa la linfa. Sono proprio gli zuccheri e gli amidi presenti in questa parte esterna del tronco a richiamare gli insetti e i batteri in cerca di cibo, ecco perché il durame del legno è più durevole ed immune da tali rischi se esposto agli agenti esterni: pochi esseri viventi vogliono mangiarselo. Quanto riportato dal dr. P. Elmer nel 1946 nel suo magistrale libro “Target Archery” contrasta, quindi, per quanto riguarda l’analisi sull’idoneità dei legnami, con quanto pubblicato più di recente da Ron Hardcastle nella peraltro pregevolissima opera “Traditional Bowyer Bible”, volume 1 (1992).
Nella parte dedicata al taglio e alla stagionatura del legno per archi, Ron affronta la spinosa questione della stagionatura industriale a forno ed argomenta che, dopo tutto, anche il legname trattato in quel modo, dopo essere stato “lasciato in pace” per qualche mese, può riacquistare le sue caratteristiche a causa del naturale processo di reidratazione dovuto allo scambio igrometrico con l’umidità ambientale ed essere quindi usato dall’arcaio con la massima fiducia.
 
Quelli stagionati artificialmente...

Ron quindi ne fa unicamente un problema di eccessiva essiccazione delle fibre, dimostrando a mio avviso soverchia ingenuità e superficialità: come potrebbe infatti del legname chimicamente debilitato riacquistare una resilienza e robustezza che non gli abbiamo mai consentito di acquisire sin dall’inizio? Quei delicati processi fisici e chimici che si verificano soltanto in condizioni naturali ad opera del tempo, non sono potuti avvenire nel legno “seccato” in forno, non importa quanto lo lasciamo riposare o reidratare all’esterno. Certo, si possono costruire archi anche con legno industriale stagionato artificialmente, ma non saranno nemmeno che un pallido simulacro dei loro predecessori in legno fatto stagionare in cataste o nelle botteghe.