Yumi no Kokoro - La mente che nasce dall’arco

YUMI NO KOKORO


La mente che nasce dall’arco.



Scritto dal Maestro Genshiro Inagaki per la prima edizione del libro “KYUDO,
la via dell’arco” di Feliks Hoff.

  • Queso capitolo viene da una traduzione in inglese della versione in tedesco del
Prof. Manfred Speidel, che ha anche curato l’edizione del testo dal giapponese.


Normalmente le ragioni per le quali si pratica il Kyudo, gli obiettivi che si desidera raggiungere attraverso di esso, non sono chiaramente definiti. Molti lo praticano come hobby o semplicemente come uno sport. Tuttavia in Giappone vi sono anche altri gruppi di persone che associano il Kyudo, in quanto disciplina facente parte del
Budo, ad un particolare stile di vita. Uno di questi gruppi in particolare studia il Kyudo come un particolare tipo di cerimonia. Costoro credono che, quando la cerimonia migliora attraverso la costante pratica, questo significhi compiere dei progressi nell’arte del tiro con l’arco giapponese. Ma questa è un’illusione.

L’arte del tiro con l’arco consiste nel raccogliere i frutti che crescono dalla propria abilità nel tiro e dalla propria mente. Il Kyudo comprende entrambe le cose:
abilità e mente. Ciò viene dimenticato, perciò è vero esattamente quanto segue:
chiunque pratichi la giusta tecnica del tiro con l’arco compirà progressi anche
a livello mentale.
Solamente attraverso la pratica della tecnica, ossia dell’arte,
diviene possibile penetrare la Via dell’arco.

Chiunque trascuri questa difficile tecnica, chiunque creda di potere percorrere questa Via per mezzo della cerimonia, rimane bloccato nella vuota forma. Naturalmente anche la cerimonia ha il suo valore ma questo è il mondo della cerimonia, non il mondo dell’Arco. Un altro gruppo dice: il Kyudo è la via della mente, il suo obiettivo è coltivare la mente. Secondo questo gruppo la mente è la cosa più elevata
ed importante. Ma in questo Kyudo della mente, l’arte dell’arco, ossia la tecnica,
diventa un problema marginale, ed anche qui si cela un modo errato di pensare.
Naturalmente, in certo qual modo entrambi questi gruppi raggiungono i loro obiettivi.
Coloro che praticano il tiro con l’arco come cerimonia, che rifiniscono la loro forma e
raffinano i loro movimenti in modo da diventare assai estetici e dare in tal modo un’impressione di eleganza, anch’essi raggiungono uno stato interiore che nasce dal loro atteggiamento mentale; anch’essi possono entrare, fino ad un certo grado, in uno stato di non-ego.

E così anche coloro che perseguono il Kyudo della mente, che tendono l’arco e persistono nel mantenerlo nel momento della piena trazione, possono entrare in questo modo in uno stato di non-ego, conosco questo stato per mia esperienza diretta.

Tuttavia, questo stato immobile di temporanea assenza di ego raggiunto per mezzo di
particolari posizioni e movimenti del corpo, nella maggior parte dei casi si dissolve
quando la forma cambia, e si ritorna senza indugio nel vecchio mondo dell’ego.

La molteplice ripetizione di queste forme, lo sforzo teso alla concentrazione della mente e allo stabilizzarsi delle emozioni, di certo ha un’influenza positiva sulla vita di tutti i giorni. La persona ordinaria potrebbe pensare che questi risultati sono già di per se gli obiettivi che dovevano esser raggiunti, e non vi è molto da obiettare a questa opinione.

Ciò nonostante, il vero obiettivo della nostra pratica con l’arco è, per mezzo di questi
esercizi spirituali, il raggiungere la chiarezza passo dopo passo. La chiarezza sulla natura della mente umana- il riconoscere e vedere con precisione, il fare l’esperienza fisica del fatto che vi è una origine della nostra mente, e che la mente non pensa nulla
e persino non ha pensieri, ma che ciò nondimeno può vedere e valutare ogni cosa con precisione. Avere le cose innanzi ai propri occhi e vedere, riconoscere con chiarezza
la loro natura. Con un : ”Oh, allora è così?!” “E’ davvero così?” “Era proprio così?”
Ci esce dalle labbra e viene scoperto, la mente viene scoperta in modo fisico. Questo è il fine del Tiro con l’Arco. Questo si può scoprire, conoscere, vedere solo quando si pratica il Kyudo.

Il maestro Zen Koun Suhara, del tempio di Engaku, il mio compagno di Kyudo che,
tuttavia, dal punto di vista del suo atteggiamento mentale io considero come il mio fratello maggiore - mi disse che voleva praticare il Kyudo per ottenere lo scopo che ho appena descritto, al fine di fare per se stesso l’esperienza della mente che viene dall’arco.

Non sto dicendo che lo Zen e il tiro con l’arco debbano necessariamente procedere
assieme. Non intendo dire questo. E’ vero, si potrebbe sospettare che lo Zen e il Kyudo siano la stessa cosa; ma se non si giunge a tale conclusione va bene ugualmente. Penso che si possa arrivare molto vicini allo Zen, ma secondo me non si dovrebbe cercare di ingraziarsi lo Zen, cercando di sentirsi a proprio agio in esso.
Lo Zen e il Kyudo raggiungono lo stesso grado di illuminazione, e noi abbiamo la certezza che la mente viene sviluppata ed educata tanto nel Kyudo quanto nello Zen.

Sulle basi della mia esperienza personale desidererei parlarvi della relazione che intercorre tra la tecnica e la mente. Le mie parole sono prese dall’esperienza quotidiana nel Kyudo e non hanno molti presupposti scientifici. Tuttavia sono convinto che esse non contengano asserzioni sbagliate.
I successi in campo mentale si raggiungono, così si dice, attraverso il riflesso condizionato. Il riflesso condizionato ne è la causa, ma oltre a questo vi è un’altra idea di cosa la mente sia.

Basandomi sulla mia esperienza di quarantasette anni di tiro con l’arco espongo una teoria che poggia su due principi.

In Giappone, come regola generale, un principiante pratica ogni giorno e nel fare ciò
esegue circa cento tiri al giorno. Dopo due o tre anni, un certo numero di arcieri raggiungono una elevata percentuale di centri sul bersaglio. Durante questo periodo di tempo le istruzioni dell’insegnante sono state fedelmente seguite; l’arciere ha lavorato con concentrazione, attenzione e duramente.

Ma in ogni caso, la ripetizione, l’indisturbato e continuo processo, hanno portato i
movimenti dell’arciere in uno stato di riflesso condizionato. Allora l’abilità darà un giorno i suoi frutti e l’arciere a volte raggiungerà un numero incredibilmente alto di
centri precisi, e assai di frequente esso raggiunge risultati migliori di coloro che hanno praticato per più lungo tempo.
Tuttavia un giorno l’arciere rivolgerà la sua attenzione al rilascio del tiro (hanare).
Quel giorno verrà di sicuro. Il suo hanare non è ancora l’hanare che si sviluppa quando un tiro viene consciamente e perfettamente costruito partendo da ashibumi
attraverso tutte le fasi. Ciò significa questo: quando esegue il suo tiro sulla base del
riflesso condizionato egli colpisce il bersaglio, se le sue condizioni sono buone (vale a dire se è ben condizionato). Un tale arciere appare normalmente molto avanzato-
naturalmente soltanto se lo si conosce da poco tempo. Al suo confronto, un arciere
migliore di lui mostrerà dei difetti nella sua tecnica. Se i riflessi condizionati che ha sviluppato hanno reso possibile a un tale arciere di migliorare, egli non ha più bisogno di prestare alcuna attenzione alla sua abilità. La sua mente e il suo cuore
si ritrovano improvvisamente liberi. Se egli continua a tirare in questo stato, il risvegliarsi, l’approfondirsi e l’allargarsi della sua mente, gli renderanno possibile scoprire cosa manca nella sua tecnica e quali sono i suoi punti deboli. Se l’arciere
a questo punto vuole migliorare, un insopprimibile impulso esplode dentro di lui.
All’improvviso egli si sente incerto sul suo stato attuale e fa il suo ingresso in un altro stato, che non è più quello di assenza di ego. A questo punto il suo modello di riflessi
si sgretola. All’improvviso non riesce più a tirare nello stesso modo in cui tirava prima. Al momento di kai - la piena trazione - subentreranno pensieri molesti e selvagge fantasie. La mente viene agitata qua e la, mossa da domande e l’hanare
diventa difettoso. Ma è qui che ha inizio il vero addestramento nel kyudo.

E’ giusta la mia tecnica attuale? E’ corretta la mia abilità? Cosa si dovrebbe fare per migliorare? La forma che si pratica, da ashibumi fino a zanshin, inizia a dipendere da questo stato attuale: il desiderio (o assenza di desiderio) del cuore; innumerevoli dubbi, la propria mente che salta qua e la, pensieri che si presentano e che divengono
parole prive di suono e che, a loro volta, producono altri pensieri, che a quel punto si sviluppano ulteriormente e gettano la tecnica nel caos. Ma qui vi è un punto importante. Questa confusione del cuore può essere evitata se si ricomincia a tirare
da capo partendo dal mato, se si lascia sviluppare il kyudo ancora una volta dalla propria abilità.

Coloro che sostengono il kyudo mentale a questo punto direbbero: “Dimentica il bersaglio, ponilo fuori dalla tua mente”, (tali insegnanti sono esistiti ed esistono ancora). Ma questo indica un pregiudizio nei confronti della tecnica, e la tecnica
si sta prendendo gioco di costoro. Per questo motivo essi la temono e la rifiutano.
Forse si può riuscire a superare questa crisi per un certo periodo di tempo se si dimentica la tecnica o se la si pone totalmente da parte, e si può forse giungere
nel regno dell’assenza di ego. Ma coloro che diffondono il kyudo della mente
commettono un grosso errore a tal proposito.
L’obiettivo originario di questo gruppo era – correggetemi se sbaglio - raggiungere
Il kyudo della mente per mezzo del tiro con l’arco. Se essi ora dimenticano di avere scelto l’arte del tiro con l’arco (la cui spina dorsale è precisamente l’abilità o la tecnica che ad esso sottende), allora costoro negano il tiro con l’arco. Che si possa raggiungere un determinato livello attraverso lo Zen ciascuno è disposto a confermarlo. Anche se viene solamente imitata una forma esteriore, posso ancora concordare che vi sia un parallelo con la Via dello Zen. Le condizioni sono le medesime: la respirazione e una specifica forma di tensione e concentrazione. Ma ci si trova allora in presenza di un tipo di Zen che ha preso a prestito la Forma dell’Arco, e nel quale l’Arco viene usato come mezzo. Ma questo non è kyudo.

Un maestro zen, assai noto in Giappone, disse che il kyudo fa parte dello Zen e che esso è un mezzo per afferrarlo. Se questa affermazione sia vera o falsa non saprei
dirlo, ma costui è sicuramente un profano per quanto riguarda il kyudo. Egli pare dell’opinione che lo Zen sia onnipotente e autosufficiente.

Il kyudo consiste di mente ed abilità, una fusione di entrambe. I frutti spirituali vengono raccolti in base al grado di perfezione della propria arte, o meglio, in base a quanto essa si avvicini alla perfezione, e questi frutti ci potranno aiutare a raggiungere un più alto livello come esseri umani oltre che a raggiungere la salute
dello spirito. E’ vero che questo va nella stessa direzione dello Zen, ma non si tratta di Zen, si tratta di Kyudo. Vari frutti di supremo benessere che si possono acquisire attraverso il kyudo, non si possono raggiungere attraverso lo Zen.

Che cosa è allora davvero la mente che si può ottenere attraverso l’arco, la mente risvegliata dall’arco? Come possiamo giungervi, oppure come può l’arciere riconoscere questa mente come sua? Di che cosa si tratta? Cosa vi è di tanto speciale
Da raggiungere quando si insegue l’arte fino ai suoi limiti, penetrare la tecnica fino
In fondo?

Lo spadaccino Miyamoto Musashi, che nacque nel diciassettesimo secolo e rimase
Imbattuto in Giappone, presentò i principi segreti del combattimento con la spada
nel suo libro
Go Rin No Sho, “i cinque fattori importanti (del corpo)”.
Nell’ultimo capitolo del rotolo,
Ku no maki, “il libro del Vuoto”, egli disse sulla tecnica: “Colui che raggiunge l’alto livello dell’arte non ha più alcun dubbio o paura;
quando incontra un nemico, non fa nulla e nemmeno pensa a nulla; egli si muove ed il suo cuore risvegliato gli si mostra. Questo stato è lo stato di perpetua pace, senza
nemici”.

Riguardo al Kyudo può essere detta esattamente la stessa cosa. Colui che segue gli insegnamenti del suo maestro sulla Via, che persevera e pratica seriamente fino ad avere la certezza di possedere la miglior tecnica e di esser giunto alle sue vette – un tale arciere, attraverso lunghi anni di pratica della respirazione, raggiungerà uno stato
ideale di concentrazione solamente continuando ad accrescere la tensione del corpo
nello sforzo del nobiai (tensione + respirazione + concentrazione). In tal modo è possibile produrre la
forma mentis (il Cuore) in modo naturale. Se l’arciere ripete
tale stato incessantemente, un giorno, all’improvviso egli si risveglierà, e scoprirà che
il proprio cuore, così com’è, è la mente dell’Arco. Nient’altro sarà in esso contenuto, nient’altro verrà da esso pensato, esso si troverà nello stato in cui si trova un bambino appena nato. Egli ha padroneggiato i dettagli dell’arte; i lamenti del suo cuore si sono ammutoliti. Di fronte al
mato, la sua mente e il suo corpo esistono all’unisono; nel tendere l’arco, l’arciere scivola fuori da se stesso nell’impegno del tiro, e, ciò nondimeno, la sua tecnica è corretta. Questo è quello stato che in Giappone, da tempi immemori, è stato chiamato waza o suteru, ossia: “gettare via
l’arte” , o “dimenticare la tecnica”. Purtroppo sono sorti molti errori ed incomprensioni dal guardare al significato di queste antiche parole in modo puramente superficiale.

Questa mente che è stata risvegliata dall’Arco, che ha aperto gli occhi e può ora, con
calma e fredda valutazione, vedere ed osservare il tiro con precisione, non teme più
gli errori. Quando gli errori tentano di insinuarsi in qualche luogo, essa appare immediatamente in quel luogo, come un computer, e li sistema. Quando, durante la trazione, la forza cresce senza interruzione e, sotto l’osservazione della mente la perfezione della tecnica viene intensificata fino al punto culminante, viene il momento nel quale la mente comanda
hanare. Questo meccanismo di comando, il
processo psicologico e l’energia che ne deriva, non poté mai essere dimostrato nemmeno dai più famosi scienziati, sebbene la maggior parte dei medici concordino
nel riconoscere l’esistenza di tale fenomeno. La mente dell’arciere funziona ed esiste
esattamente allo stesso modo della mente di una pietra o di un fiore. La sua mente e la mente del fiore e della pietra non sono differenti. Tutte lavorano all’unisono e allo stesso modo.

Il comando di hanare, quando arriverà? Quando è avvenuto? La mente e il cuore stessi non lo sanno. Quando ci si pensa dopo il tiro non se ne trova risposta.
Possedere questa mente, anche senza avere un arco e una freccia nelle mani, e partecipare alla vita di questa mente nella vita di ogni giorno, richiede incessante pratica. Se la mente che nasce attraverso l’Arco non diviene una sola cosa con la vita di tutti i giorni, non si può dire di aver raggiunto alcuna vera illuminazione.

Narra un’antica storia cinese:
Nei tempi antichi le oche volavano verso sud. Ma giunte in Cina esse davano un’ampia virata appena scorgevano la casa di un famoso maestro d’arco, per semplice paura, per poi tornare sulla loro rotta. Ma quando il maestro divenne assai vecchio, una tigre fece amicizia con lui divenendo addomesticata come un cane.
Quando le oche erano impaurite- ciò avvenne al tempo in cui il maestro aveva scoperto la Mente dell’Arco, tuttavia essa non era ancora molto sviluppata.
Quando la tigre andò a trovarlo – questo accadde quando questo tipo di mente era penetrata nella sua vita quotidiana divenendo un tutt’uno con lui.

La mente che nasce dalla pratica con l’Arco ama il prossimo e ama tutte le cose;
essa non compie distinzioni tra le cose che stanno in cielo o sotto di esso. Essa vive felicemente in questo mondo, nulla la spaventa; e nello stato in cui si trova, la sua vita giunge a termine.

Quindi, possano questa Mente e questo Cuore raggiungervi.

Archi ed Arcieri Giapponesi


Di E. Gilbertson

Quest’articolo è stato riprodotto col permesso della “Japan Society” dai “Transactions”, vol.IV, 1895-1898, pp. 112-126.

Gilbertson era principalmente un collezionista di spade e parte della sua collezione si trova ora nel Victoria and Albert Museum di Londra. Egli donò altri tre lavori contenuti nei “Transactions”:
Lame di spade giapponesi, Le decorazioni e i finimenti delle spade,
e la genealogia della famiglia Miochin
(Vol. IV, III e I).


Traduzione dal Journal of The Society of Archer –Antiquaries Vol. 46,
anno 2003 a cura di Stefano Benini, per cortese concessione di Mr. Douglas Elmy,
Honorary President.


Nonostante l’introduzione delle armi da fuoco nel 1542, l’arco è stato considerato dai giapponesi, fino in epoca assai recente, come la principale arma da guerra, e gli arcieri abili erano tenuti in grande stima. I fatti eclatanti delle loro gesta militari con l’arco sono tra le più diffuse e popolari, mentre poco o nulla si incontra sul ruolo giocato dall’artiglieria e altre armi da fuoco.

L’uso dell’arco era parte essenziale dell’educazione dei nobili e l’attitudine al tiro da cavallo al galoppo, al fine di colpire accuratamente in ogni direzione, veniva diligentemente coltivata. Il tiro con l’arco, in forma di arte, venne probabilmente introdotto dalla Cina, infatti troviamo spesso arcieri rappresentati in bassorilievi,
specialmente in abiti cinesi, essendo tale soggetto assai frequente nella storia cinese.

Uno di tali soggetti, tra i più diffusi, è strettamente legato al famoso arciere cinese
Yoyuki, che era noto come “lo Shogun dall’arco divino”. Si narra che egli abbia abbattuto un’oca che stava volando nascosta da una nuvola, perciò invisibile, guidato nella sua “mira” unicamente dal verso del volatile. Il
“Shuho Bukuro” racconta che nell’autunno del 988, Shokwa la figlia di Yoyuki, apparse in sogno a Raiko (Yorimitsu) e gli disse che, avendo imparato dal padre tutti i segreti del tiro con l’arco, era desiderosa di trasmetterli alla posterità, e a tal fine non conosceva alcuno più degno di Raiko attraverso cui trasmetterli. Quando Raiko si risvegliò, trovò dinanzi a lui un arco con le frecce, quindi, attraverso il suo insegnamento, Raiko divenne un abilissimo arciere. Vi è tuttavia una lieve discrepanza in questa leggenda,
ossia il fatto che Raiko nacque solo nel 1037.
Ma se l’arcieria scientifica arrivò in Giappone attraverso la Cina, i giapponesi la gestirono come fecero con tutte le altre arti da la provenienti, dando ad essa un carattere proprio ed autonomo.
Generalmente si vedono raffigurazioni di comandanti cinesi o celebrità militari con la lancia o l’alabarda, mentre le stesse figure giapponesi vengono più di frequente rappresentate armate di arco. Jimmu Tenno è rappresentato col suo arco in mano, sul quale è appollaiato il corvo gigante, e l’imperatrice Jingo Kogo, durante la sua spedizione in Corea nel secondo secolo dopo Cristo, viene rappresentata a cavallo con il suo arco, ma viene anche rappresentata mentre scrive con esso su di una roccia
“Koku-o”, ossia “La sovrana del territorio”, come atto di presa di possesso delle sue conquiste. Alla battaglia di Ujigawa nel 1184, Yoshitsune viene rappresentato mentre guada un fiume a cavallo tenendo il suo arco tra i denti.

Non ho incontrato rappresentazioni di antichi archi cinesi degne di fede, tuttavia esso
pare esser simile al recente arco tartaro, con estremità ricurve , o come la linea del labbro superiore. Tuttavia numerosi esempi di antichi archi giapponesi sono tuttora conservati in templi e si tratta di archi asimmetrici riflessi, (di forma simile a quelli
oggi in uso nel Kyudo n.d.t.). Il “
Buki ni-hiaku” ci fornisce i nomi e le tipologie di cinque Tipi di arco: il Maru-ki, o arco in legno di un sol pezzo a sezione rotonda; il Shige-to, o arco legato ad intervalli con rattan e laccato; il Bankui e Hankui, archi simili ma di dimensioni ridotte e L’Hoko-yumi, ossia l’arco Tartaro. Questi archi erano fatti con tre o più strati e laminazioni in bambù incollati assieme mentre l’Hoko-yumi aveva, in alcuni casi, l’impugnatura e i terminali rigidi rivestiti in metallo. In archi di questa forma, che presentano un “gomito” nei flettenti (kata), la corda tocca la faccia dell’arco per un tratto dalle nocche. Questo tratto veniva rivestito in metallo e chiamato Otokane ; la corda, colpendo contro di esso durante il tiro, produceva un suono, spesso usato come segnale. Quando al Mikkado serviva acqua per lavarsi al mattino, tre dei suoi attendenti facevano un segnale in tal senso facendo vibrare le corde dei loro archi.

Tra gli archi preservati nel tempio di
Itsukushima ve ne sono due la cui parte più spessa si trova alle estremità (juhasu) sulle quali è ricavato il piolo al quale viene fissata la corda. Uno di questi, appartenuto a Yuasa Matashichiro, misura in lunghezza 2,66 m.; l’altro, appartenuto a Ihara Koshiro misura 2,56 m. ed il diametro
delle due estremità è di 57 mm. nel punto più largo (tavola 1, c ). Questi due archi sono eccezionalmente lunghi, ma al tempio di
Sumiyoshi è conservato un arco della lunghezza di 2,36 m., laccato in nero e con una impugnatura in metallo a circa due terzi della sua lunghezza totale. L’arco di Minamoto Yoritomo, conservato al tempio di Hacimangu a Tsutugaoka, è lungo “solo” 1,96 m. , essendo questa la lunghezza più usuale. Ma al tempio di Mishima vi sono archi della lunghezza di m. 2,59; 2,36;
2,31 e 2,34 ; quest’ultimo donato al tempio nel 1363. L’arco di Tsukefuda Noto
no Kami misura 2,39 m. mentre altri due, dello stesso periodo, misurano 2,28 e 2,21
m., indicando che lunghezze sui m. 2,15 non erano affatto eccezionali per gli archi
di quell’epoca.
La corda dell’arco era costruita con lunghe fibre di canapa compattate assieme ed intrecciate alle estremità per formare gli occhielli tramite speciali nodi mentre veniva sempre portata con se una corda di ricambio, a volte avvolta attorno a una bobina in rattan (
tsurumaki), altre volte appesa alla faretra oppure sistemata in una piccola borsa.

Questi archi devono essere stati molto potenti, e questo rende meno improbabile la storia che occorressero tre uomini ordinari per riuscire a tendere l’arco di Tametomo,
che misurava in lunghezza m. 2,59.

Minamoto Tametomo era il nipote di Yoshiiye (Hachiman Taro), ed era molto alto, con braccia talmente lunghe da riuscire ad aprire la corda, così si narra, ad una lunghezza di freccia di diciotto palmi, ossia circa m. 1,50. Tametomo aveva un fratello di nome Yoshitomo, e nella disfida tra l’Imperatore
Goshirakawa e l’ex Imperatore Shutoku, che ebbe luogo nel 1156, i due fratelli si schierarono su fronti
opposti. Tametomo si pose a difesa del cancello occidentale del palazzo che era stato fortificato da
Shutoku. Suo fratello Yoshitomo ebbe una sortita contro di lui alla testa
di un drappello di guerrieri, ma venne “avvisato” da una freccia del fratello che gli portò via una delle piastre ornamentali in argento sul suo Kobuto (elmo), andando a conficcarsi in un palo del cancello di palazzo. Taira no Kiyomori, che sosteneva
Goshirakawa, pianificò un attacco che venne poi condotto da due dei suoi generali:
i fratelli Itogo e Itoroku Kagetsuna. Ma Tametomo, in quella battaglia, tirò una freccia ad Itogo, che lo trapassò completamente e nel continuare il tragitto andò a ferire mortalmente Itoroku, che si trovava dietro di lui . Ma tale prodezza non servì
alla sua causa; infatti, anche senza generali, l’esercito di
Goshirakawa riportò ugualmente la vittoria, e a Tametomo, come punizione per il ruolo giocato nello scontro, vennero tagliati i tendini delle braccia per renderlo inabile all’uso dell’arco,
e venne, in quelle condizioni esiliato sull’isola di Oshima. Ma pare che i suoi tendini
guarirono, ed in seguito egli indusse la gente di Oshima alla rivolta contro Kiyomori,
che inviò una nave carica di soldati ad Oshima per arrestarlo. Tuttavia Tametomo affondò la nave tirando una grossa freccia che trapassò la chiglia e si dice che, ottenuta la sua indipendenza, divenne il primo dei re di Liukyu.

Una delle più antiche storie di arcieri è quella di Fujiwara Hideasto, Kami di Shimosuke. Nell’anno 940 venne mandato a sopprimere la ribellione di Taira no Masakado; lo accompagnava nell’impresa Taira no Sadamori. Masakado, alla battaglia di Kushima che ne conseguì, venne colpito da una freccia di Sadamori e,
cadendo da cavallo, fu subito decapitato da Hideasto. Questo è ciò che si narra nel
“Nihon o dai ichiran”, che viene supportato da un’altra leggenda secondo la quale
la sua testa venne portata in esibizione attraverso molte provincie, come monito
per le genti, e venne poi a fermarsi a Yedo, nel quartiere di Kanda, dove ora si trova il tempio di Mioshinji. Li la testa venne sepolta e, siccome Masakado era di sangue imperiale, il tempio venne a lui dedicato.
Non ci è dato sapere quando o perché Hidesato fece crollare la dinastia Fujiwara in suo favore assumendo poi il nome di Tawara Toda, laddove Tawara significa bisaccia
per il grano. Tuttavia è proprio con tale nome che egli appare come l’eroe che uccise
Il centopiedi gigante (
mukade). Vi sono diverse versioni della storia, che variano di poco tra loro nei dettagli; tuttavia tutte concordano sul fatto che quando il mostro apparve Hidesato aveva con se solo tre frecce, due delle quali rimbalzarono sulla testa della creatura. Ma, inumidendo la punta della terza freccia nella sua saliva, egli riuscì a colpire l’essere nell’occhio e questi cadde morto. Questa prodezza è commemorata in un santuario vicino al ponte di Seta, che fu il teatro dello scontro,
ed è ancor oggi popolare credenza che un centopiedi possa essere ucciso tenendone la testa bagnata nella saliva.

Si sarebbe tentati di supporre che gli archi con estremità metalliche debbano risalire a tempi più antichi, poiché non solo noi troviamo Jingo Kogo che scrive sulla roccia con uno di questi, ma si narra anche che Yoriyoshi, il padre di Haciman Taro, abbia fatto sgorgare acqua da una roccia colpendola con l’estremità del suo arco, dopo avere pregato gli dei. Questo accadeva durante la campagna contro Abe no Sadato nel 1057, quando l’esercito di Yoriyoshi si ritrovò in un distretto privo di
acqua. Durante la stessa campagna militare troviamo suo figlio Yoshiiyé, all’epoca
solamente ventenne, distinguersi come arciere. Yoriyoshi infatti, essendo stato sconfitto nella battaglia di
Tori-no-umi a Oshu, si ritrovò assieme a soltanto sette soldati del suo seguito e completamente circondato dal nemico; ma suo figlio Yoshiiyé iniziò a tirare frecce con tale velocità e maestria da mettere in fuga e allo
sbando l’intero drappello che circondava il padre. Fu in tale occasione che il giovane
conquistò il nome di Haciman Taro, ossia il Giovane Hachiman, secondo il libro
“Nihon o dai ichiran”; Hachiman era il dio della guerra.

Durante l’assedio di Kanazawa nel 1057, Kamakura Gongoro Kagemasa, al tempo solo sedicenne, venne centrato nell’orbita di un occhio da una freccia e, senza preoccuparsi di toglierla, essendo un abile arciere, tirò di rimando uccidendo l’uomo che l’aveva ferito. Il suo amico e commilitone Miura Tametsugu, trovando che la freccia si era fortemente piantata nell’osso, piazzò un piede di traverso sulla faccia di Kagemasa, per potere estrarre la freccia con entrambe le mani: il giovane guerriero si sentì molto offeso poiché mettere i piedi in faccia era all’epoca ritenuto
un grave oltraggio.
Quando Nitta Yoshisada stava difendendo l’imperatore Go Daigo contro Ashikaga
Takauji, aveva al suo seguito un celebrato arciere: Honma Nagoshiro.
La flotta di Takauji fece la sua comparsa a Wada no Misaki e Nitta Yoshisada si preparò a respingerla dalla costa.. Honma Nagoshiro pose un messaggio con gravi
insulti su di una freccia e la tirò ad un volatile che planava sopra la nave di Takauji,
e il pennuto cadde sulla nave con la freccia. Yoshisada venne infine sconfitto e quando in seguito Takauji accompagnò l’imperatore a Kyoto, vendicò l’affronto mettendo a morte l’arciere.

Questo episodio viene spesso citato e altrettanto spesso confuso con il gesto di Nasu
no Yoichi, anche se questo risale a 180 anni prima. Avvenne infatti che nel 1180 l’Imperatore
Takakura fece un dono al tempio di Itsukushima. Tale dono consisteva in trenta ventagli che recavano dipinto su di essi lo hi-no-maru, il disco del sole.
Quando il successore di
Takakura, l’imperatore bambino Antoku venne catturato dai
Taira, che stavano fuggendo dai Minamoto, il sacerdote del tempio donò al bambino
uno di quei ventagli, assicurandogli che il disco dipinto su di esso era lo spirito dell’ultimo Imperatore, suo padre, e che perciò quel disco avrebbe respinto le frecce
del nemico facendole rimbalzare su di esso. Credendo all’affermazione del prete, i Taira piazzarono questo ventaglio in cima ad un palo appositamente fissato ad una arcata di una delle loro navi, che essi ormeggiarono vicino alla costa.

Una delle donne della Corte Imperiale sfidò i Minamoto a colpite il ventaglio.
Nasu no Yoichi Munekata, il migliore arciere del clan, cavalcò nelle acque per un tratto e, consapevole della credenza secondo la quale il disco del sole avrebbe respinto ogni freccia, pregò i Kami per ottenere che il vento e le acque si calmassero, quindi, con un tiro passato alla leggenda, andò a colpire il ventaglio proprio sul rivetto metallico che lo teneva assieme, mandandolo in pezzi sotto gli occhi ammutoliti ed increduli dei Taira, che vennero poi sconfitti nella battaglia che seguì l’episodio.
Rivendicando la discendenza da Nasu no Yoichi, la famiglia Sasake usa oggi come suo emblema araldico (
mon), un ventaglio con un disco nero su di esso,
(poiché il loro antenato arciere aveva spento il sole dei Taira, n.d.t ).

Un altro episodio di questa battaglia, che dimostra il valore che si tributava all’arco di un famoso arciere, viene spesso rappresentato dagli artisti.
Esso mostra Yoshitsune che si getta nelle acque con il suo cavallo per recuperare un arco che galleggia: l’arco di Noritsune no Kami.

Vi erano a quei tempi molti tipi di faretra (Ebira): alcune da guerra, altre da caccia;
oltre ad un tipo più ornamentale come quello usato dai
zuijin, le guardie di palazzo,
nel quale le frecce restavano aperte a ventaglio dietro la schiena, cosa che ricordava molto la coda di un pavone. Queste faretre decorate venivano chiamate
heikoroku,
ed erano di diverse fogge; mentre la
kari yebira , (tav. 2 b) la faretra da caccia usata
anche in guerra, era spesso poco più che una intelaiatura in bambù, molto leggera,
alla quale le frecce venivano fermate tramite stringhe girate attorno ad esse.
Un tipo assai semplice di faretra era spesso costituita da un segmento di bambù
chiuso alle due estremità da tappi in legno apribili, tenuti fermi tramite strisce di cuoio. La
utsobu era una faretra ricoperta in pelliccia o pelle, con una apertura sul fronte nella sua parte inferiore; una di queste appartenuta a Yoshitsune si trova nella
collezione privata di una famiglia di Settsu (tav. II, a).
Il tipo di faretra più comune tra quelle che si possono vedere nei templi assomiglia
In foggia ad una poltrona a braccioli con lo schienale molto alto e i piedi molto corti (tav. II, c), alla quale le frecce venivano assicurate tramite stringhe, come nella
Kari yebira. Queste faretre potevano contenere da due a tre dozzine di frecce e pare che venissero piazzate sul terreno. Altre faretre, portate sul dorso, erano coniche o quadrangolari, spesso laccate e decorate.

Le frecce (ya) usate dai giapponesi avevano punte di varie fogge, alcune in legno e di derivazione cinese; queste erano in uso in tutta la Manciuria fino a nord del Kamchatka durante tutto il diciannovesimo secolo. Tra queste vi era la
kabura ya
o punta a bulbo, nei tipi “
Buki-ni-hiaku” “hiki-me”, con testa cava: queste erano le frecce fischianti. Una di esse è conservata nel tempio di Atsuta, dove si trova la spada
sacra, e la sua punta misura 21,5 cm. in lunghezza e 8 cm. in diametro nel punto più
largo. La forma ricorda quella di una pera, la spalla vicino alla sommità è perforata
da quattro fori oblunghi con le corrispondenti aperture sul fronte, che è largo e piatto
(tav. III., a). Tali frecce emettono un sibilo assai acuto mentre salgono e poi discendono, venivano usate come segnali. Una delle
hi-hoko, con testa in legno
e punta a forma di lancia, lunga sei pollici e ricoperta in lacca tipo
shunkei, è preservata in un tempio di Shimosuke (tav. III., b). Ciò che rende questa freccia di
grandissimo pregio e interesse è il fatto che pare essere appartenuta a Nasu no Yoichi,
l’arciere che tirò al ventaglio Taira nella battaglia di Yashima, ma da un foro che si trova alla sua sommità sono portato a pensare che si trattasse in origine di una
kari-mata, freccia con punta biforcuta in acciaio, del tipo usato in Cina in tempi più antichi.

Frecce con punte in legno smussate e imbottite (
ki-hoko) venivano usate per la caccia al cane “inu-oi”, istituita nel dodicesimo secolo dall’Imperatore Toba e che veniva espletata a cavallo all’interno di un’area recintata. In una danza del teatro
No queste cacce simboliche vengono rappresentate come celebrazione dello scampato pericolo dell’imperatore dalle arti malevole della sua concubina Tamamo no Mayé
(Mayé era il titolo delle dame di corte). L’Imperatore infatti si era ammalato di un
morbo che si faceva beffe dell’abilità dei suoi migliori medici. Abe no Seimei,
l’astrologo di corte, sentì raccontare che, in una notte in cui il vento aveva spento
tutte le lampade, Tamamo no Mayé sembrava circondata da un alone luminoso.
Il saggio pensò che le sue origini erano quanto meno misteriose, e l’influenza che la donna aveva ottenuto sull’Imperatore era spropositata; perciò Abe giunse alla conclusione che Tamamo lo avesse stregato. L’astrologo riuscì a strappare un ordine
in base al quale venne eretto un altare nel cortile di palazzo, e venne ordinato a tutti
i membri della Corte di recarsi a quell’altare e li innalzare preghiere per la guarigione dell’Imperatore. Dopo aver rimandato l’obbedienza con diverse scuse, Tamamo venne infine obbligata a recarsi all’altare ma, non appena salita sulla stuoia, la donna si trasformò in una volpe bianca con nove code e scappò via. L’imperatore guarì e la volpe, essendo stata avvistata nella provincia di Shimosuke, venne colpita con una freccia nelle paludi di Nasu e morendo si trasformò in una roccia, che si può ancora
vedere al presente. Una leggenda quasi identica riguarda anche l’imperatore cinese
Shou, che venne poi ucciso nel 1123 Avanti Cristo; la malvagia concubina era la famosa T’a-ki, mentre il saggio che scoprì la sua vera natura si chiamava Unchushi.
Le comuni frecce giapponesi erano simili a quelle in uso nell’arcieria ricreativa occidentale del diciottesimo secolo, con punte coniche ed impennaggio a tre vani
con penne collocate diritte e non elicoidali. Eccezionalmente si potevano trovare frecce con quattro penne e sebbene le penne più pregiate per tale uso fossero quelle di fagiano, venivano comunemente usate anche quelle di aquila, falco, anatra selvatica o avvoltoio. Per la caccia o la guerra, le punte di freccia erano naturalmente
in acciaio, in gran varietà di forme e dimensioni; ed è proprio qui che incontriamo le più caratteristiche differenze tra le frecce cinesi e quelle giapponesi.

La loro principale suddivisione era in “
yanagi-ba” o frecce con punta a foglia di salice; le “togari-ya”, a punta conica; le “karimata”, con punta biforcuta o doppia
e le “
watakusi” o frecce con punta seghettata ad uncini per strappare la carne.
tuttavia ogni specie era a sua volta suddivisa in numerose forme, alcune
yanagi, o
a forma di foglia, sono lunghe e affilate; le
togari, o appuntite, si espandono in larghezza fino quasi ad assumere la forma di un cuore; le karimata, o a punta doppia,
differiscono le une dalle altre principalmente per la distanza tra le due punte che ne determina la larghezza, questa poteva variare da 3,5 cm. fino a 16 cm., tuttavia il principio di costruzione di queste punte rimaneva invariato: non vi era solamente il
bordo interno della forcella affilato ma anche il bordo esterno di tutta la punta, questo tipo di freccia veniva infatti usato non soltanto in guerra ma anche per la caccia a grosse prede. E’ stato anche suggerito che, siccome le varie parti dell’armatura tradizionale giapponese erano tenute assieme da corde in seta, queste frecce venissero usate per tagliarle, oltre che per infliggere tremende ferite.
Si deve anche osservare che, di regola, le antiche frecce di questo tipo erano di fattura
assai semplice, e l’angolo tra le due punte della forcella era più acuto di quello usato nelle punte di fattura più recente; queste ultime infatti, specie quelle del XI o XII secolo, erano frequentemente perforate e squisitamente cesellate (Tav. VII).

Molti notevoli esemplari di frecce sono custoditi nei templi ed in quello di
Itsukushima si trova una freccia con punta a forcella appartenuta a Yuasa Matashiro,
che misura in lunghezza 16 cm. dalla spalla alle punte, che distano tra loro 12 cm. (Tav. 1, b).Questa punta è fissata su di un’asta lunga 78 cm. e del diametro di 16 mm.
così che possiamo prontamente credere che, con una freccia simile tirata da un arco
lungo 2,54 m., un arciere come Tametomo potesse aver affondato una barca. Un arco simile, appartenente allo stesso arciere, viene preservato a
Itsukushima assieme ad un altro circa della stessa lunghezza ed appartenuto a Ihara Koshiro, ed una freccia karimata appartenuta a Watanabe Yajuro, la cui apertura di forcella è di 13,5 cm.,
con un’asta lunga 50 cm. (probabilmente spezzata n.d.t.) e con un diametro di 16 mm.

Nel tempio di
Aizu Todera Hachiman di Mutsu troviamo un altro esemplare di punta
a forcella, le cui punte affilate sono lunghe 16 cm. con una apertura di forcella di 13,5 cm. Un altro esemplare più tardo misura in lunghezza 19 cm. da spalla a punte,
con un codolo lungo 38 cm. Questi lunghi codoli inseriti nell’asta erano necessari come contrappesi per le punte. Infatti una di queste, traforate e cesellate da Umetada Mioju, pesa circa otto once ed è munita di codolo lungo 40 cm. (Tav. VII).

Nel tempio di
O-yashiro, a Izumo, troviamo un esemplare di karimata (Tav.III, d) messa su di una punta in legno ovale, variazione della freccia fischiante cinese ma di lavorazione assai superiore. L’asta è lunga 85 cm. ed è impennata con quattro alette di forma larga e parabolica. All’apparenza si direbbe una freccia ad uso ornamentale
o cerimoniale piuttosto che per il tiro ordinario ed è vicina ad un’altra, con asta molto simile ma con punta interamente in acciaio che appare come una combinazione tra la punta a foglia e la “lacera-carne” (
watakusi, Tav. III, e).

La “
togari-ya”, o freccia appuntita, ha molte varianti tra cui la più diffusa era quella sottile ed affusolata come un piccolo giavellotto. Una di queste, preservate a Itsukushima, ha una punta lunga 20 cm. e larga 3 alla base, montata su di un’asta
lunga 76 cm. (Tav. III, g). Altre punte dello stesso tipo hanno invece una forma di diamante allungato, con la parte interna traforata per alleggerirle e una di queste, anch’essa custodita a
Itsukushima, appartenuta a Ihara Koshiro, è lunga 21,5 cm. da spalla a punta, larga 12 cm. ed è montata su un’asta del diametro di 19 mm. (Tav.I,a)
Molte punte “
togari-ya ” sono tuttavia più o meno seghettate e, ancora più frequentemente, con una forma a foglia larga tanto che la larghezza spesso eguaglia la loro lunghezza. Tale caratteristica viene riscontrata ancor più frequentemente in queste ultime, che sono di solito traforate e cesellate, come quella costruita da Umetada Moiju, che misura in lunghezza 14 cm. da spalla a punta e 9 cm. in larghezza (Tav. 7). Vi è inoltre un altro tipo di punta di freccia assai peculiare ed è
preservato al tempio di
Mishima ad Iyo. E’ ad una sola punta e le lame, della lunghezza di circa 9 cm., hanno il bordo ripiegato di 4 mm. e formano una specie di
scalpello rotondo; ve ne sono tre tipi della stessa fattura ma privi di firma e di data.

Due
togariya di notevoli dimensioni vennero donate al tempio di Sugi da Minamoto
Yoshiiye. Le punte sono lunghe 16,5 cm. e larghe alla base 7,5 cm., montate su aste lunghe 60 cm. e del diametro di 14 mm. (tali misure suggerirebbero l’uso di queste frecce con archi corti e potenti, diversi dallo
yumi che conosciamo, n.d.t).

Le
yanagi-ba, o punte a foglia di salice, hanno talmente tante forme e dimensioni che risulta difficile stabilire in quale caratteristica esse differiscano dai tipi più larghi di punta a lancia. Il tipo più semplice è una punta a sezione quadrangolare, che si restringe alle estremità superiore ed inferiore, della lunghezza di circa 5 cm. e dello
spessore di 7 mm. Due esemplari atipici di
yanagi-ba, se non vogliamo classificarli
come punte a lancia, si trovano allo
Ubaitadaki-sha di Bungo. Sono lunghe circa
15 cm. con la parte interna traforata per alleggerirle, ma invece di averne asportata una parte piena, vi è stata lasciata una lingua centrale (Tav.III. c).

La
watakusi, o strappa carne con uncini, è di solito molto ornamentale nella sua forma, ma suggerisce orribili ferite. Uno degli esemplari più terrificanti e lesivi
si può vedere tra le punte appartenute a Yoshiiyé (Hachiman Taro), custodite nel tempio di Tsuboi Hachimangu a Kawachi. Questa punta è lunga 18 cm. con un enorme uncino, di dimensioni differenti, su entrambi i lati. Quello più in alto sporge
2 cm. dal codolo centrale mentre quello più in basso sporge di 3,5 cm. ed è collocato
a 11,5 cm. dalla punta (Tav. IV a). Vi sono inoltre, nello stesso luogo, altre due piccole punte di freccia di tipo diverso, lunghe 4,5 cm. e di foggia adatta alla penetrazione (Tav. 4 b). Nel
Kamaguchi Chogakuji di Yamato si trova un interessante esemplare di freccia con punta lacerante, appartenuta al famoso guerriero
Noritsune Noto no Kami, il cui tentativo di catturare Yoshitsune alla battaglia di
Dan-no-ura, nel quale trovò la morte, costituisce il soggetto favorito per molte illustrazioni artistiche. La punta in acciaio è lunga 11,5 cm. con un asta di 101,5 cm.
del diametro di 19 mm. (Tav. IV d). Ma la più formidabile di queste punte laceranti
è un esemplare custodito dalla famiglia Sataké; questa punta misura in lunghezza 24 cm., con le barbe ad intervalli di 6 cm. le une dalle altre (Tav. IV g).

Un tipo di punta di freccia assai impressionante, che verrebbe sicuramente scambiata
per una punta di lancia, se distaccata dall’asta, è quella appartenuta allo Shogun
Toshihito. La lama è lunga 25 cm. e larga 2,5. Alla base, congiunta ad essa
a croce , vi è una seconda lama curva, della lunghezza di 21 cm., entrambe sono affilate lungo tutto il bordo. Il codolo è lungo 48 cm. L’asta misura 101 cm per un diametro di 13 mm. (Tav. IV c). Può essere utile ricordare che non è raro incontrare
punte di freccia che vengono scambiate per punte di lancia e di conseguenza classificate come tali, un errore che sorge senza dubbio a causa delle loro dimensioni.

Oltre ai tipi di freccia summenzionati, ve ne sono altri che non si usavano in guerra,
come la
“tsunoki-ya”, una freccia con punta in osso o legno duro; la “mato-ya” e la
“sasi-ya”, frecce con punta in legno smussata per la pratica al bersaglio.
La
“kury-ya” era una freccia fatta con un tipo speciale di bambù raccolto sul monte
Koyasan; la sua punta è in legno duro e l’impennaggio è in penne di anatra selvatica.
Questa freccia veniva usata per tirare a bersagli distanti 60
ken, vale a dire poco più
di 91 metri.

Tra le punte di freccia più recenti ne troviamo molte traforate e lavorate in modo artistico (Tav. IV, h). Un motivo largamente usato su quelle a foglia di salice è il fiore di
sakura, oppure due di essi sovrapposti (Tav. VI), ma oltre a queste decorazioni possiamo trovare anche frasi o parole lasciate in rilievo come:
Hachiman dai Bosatsu”; “Rio”, un dragone; “Atagoyama ”, la collina vicino a Kyoto; “Baichiku”, la piuma e il bambù; “Kwa, Cho”, fiori e uccelli, ecc.
(Tav. VI).

L’autore conclude osservando che è stato molto difficile per lui (1895) reperire
descrizioni o notizie su archi e frecce giapponesi appartenenti a collezioni private,
e che pertanto ha dovuto basarsi principalmente sulle illustrazioni e descrizioni dei
tesori dei templi, disegnate da artisti competenti e scrupolosi ed accompagnate da
precisi e utili dettagli.

Stampato in proprio per uso interno, Kyudo Club Padova.

Gli archi in legno di Tutankhamen


I faraoni Egizi del Nuovo Regno (1550-1150 A.C. circa) erano notoriamente (per i loro contemporanei) magnifici arcieri: questo ci è oggi noto grazie al fatto che loro stessi si prendevano la briga di “pubblicizzare” e proclamare le loro prodezze con l’arco.

“Ciò di cui vi parlo è veramente un fatto mai compiuto prima, ne mai udito compiere da alcuno”,
così vanta uno di loro, “Tirai ad un bersaglio di rame e la freccia, trapassandolo completamente,
andò a cadere a terra dietro di esso” (James B. Pritchard, Ancient Near Estern Text Relating to the Old Testament, Princeton, 1955, p. 224 ).

Ripetutamente e in diverse fonti sia scritte che rappresentative noi troviamo vivide immagini del sovrano sul suo carro da guerra, arco teso, freccia pronta, che percorre le sue terre (Yigael Yadin,
The Art of Warfare in Biblical Lands, in the light of archaeological study, New York, 1963).
Dagli studi effettuati pare che i faraoni maggiormente rappresentati come arcieri fossero:
Tutmose IV, Amenofis II, Tutankhamen, Ramesse II e Ramesse III. In tali raffigurazioni il
sovrano a volte appare come cacciatore che trafigge fiere selvagge, altre volte appare come guerriero che trafigge i suoi nemici, altre volte ancora è invece uno sportivo che tira a bersagli di bronzo.

Il più cospicuo rinvenimento di vero materiale arcieristico Egizio proviene dalla tomba del re
bambino Tutankhamen, che regnò all’incirca dal 1361 al 1352. Nella sua tomba Howard Carter
trovò circa 32 archi compositi, 14 archi semplici in legno, 430 frecce, due faretre, una piccola custodia da arco squisitamente decorata, una grande cassa in legno per contenere gli archi e due
paia di bracciali.
Sei di questi archi vennero trovati nell’anticamera della tomba. Dieci erano nella camera di sepoltura mentre cinque di essi vengono dalla camera denominata “annessa” dagli scavatori.

Nel 1970 W. McLeod Pubblicò per l’Università di Oxford “
Composite Bows from the Tomb of
Tutankhamun”, mentre nel 1981 egli si apprestava a preparare una pubblicazione riguardante gli archi semplici in legno, dalla stessa tomba reale. In quello stesso anno Mcleod pubblicò in anteprima alcune osservazioni su questi archi in forma di articolo per il Journal of The Society of
Archer-Antiquaries e queste osservazioni paiono in questo contesto assai degne di nota.

Gli appunti di Carter sui mastodontici lavori di scavo e sui reperti sono conservati al Griffith Institute, Ashmolean Nuseum di Oxford, mentre i reperti rinvenuti si trovano nel Museo Egizio
del Cairo. (Vedi Fig. 1).

Tutti gli archi semplici in legno rinvenuti presentano un profilo a doppia curvatura, che era la foggia più ricorrente nell’Egitto dal periodo pre-dinastico in avanti (Y. Yadin op. cit.) Sei di questi archi sono di semplice legno non decorato mentre altri sei sono rivestiti al centro e alle estremità: tre di essi con una sottile foglia d’oro, gli altri tre con uno strato d’oro più spesso.
Due di questi archi sono completamente ricoperti da un sottile strato d’oro, mentre a quattro di essi
la foglia d’oro è stata applicata su di un fondo di gesso che circonda il legno.

La lunghezza maggiormente diffusa per gli archi egizi semplici variava da 1,80 a 1,20 m.
(
H. Bonnet, Die Waffen der Volker des alten Orients, Leipzig 1926). Noi possiamo notare che dieci
degli archi della tomba di Tutankhanen rientrano entro questi limiti; l’arco molto piccolo che fa parte dei rinvenimenti può essere considerato come un ricordo d’infanzia del re. I tre archi più
lunghi sono invece armi eccezionali sotto ogni aspetto e, a parte le contro curve, ricordano molto l’arco da guerra Inglese. Due di questi archi hanno su di essi dei resti di corda in budello che, durante i 3.000 anni trascorsi si sono tramutati in una massa viscosa. Un altro arco presentava tracce della sua corda originaria al momento del rinvenimento, ma in seguito tali resti scomparvero mentre la corda in lino di un altro esemplare, inventariato col n. 20, è tuttora esistente e presenta ad una delle due estremità un nodo simile al nodo parlato semplice usato in nautica, (vedi Fig. 2).
Se tale nodo è completo esso risulta inaspettatamente semplice; il metodo più usuale di unire la corda ai flettenti consisteva infatti in una serie di mezzi nodi fatti sopra ad un nodo parlato iniziale
(
Cfr. Engelbach, Introduction to Egyptian Archaeology, Cairo 1946; J.D. Clark, Phillips and Staley, “Ancient Egyptian Bows and Arrows and theyr relevance for African Prehistory, Paleorient
Vol. 2, 1974).

La maggior parte delle frecce rinvenute nella tomba hanno l’asta in canna con le parti anteriore
e posteriore in legno innestato, solo due fasci di frecce sono state rinvenute assieme a tipi particolari di arco e queste avevano una forma atipica. Gli archi che in foto appaiono all’esterno
della fila avevano con essi 10 frecce ciascuno, con asta in un sol pezzo di legno, lunghe 91 cm. e con punta affilata. Queste frecce appaiono troppo lunghe per essere tese sull’arco fino alla punta, almeno col metodo occidentale, la lunghezza media di una moderna freccia sportiva è infatti di soli 71 cm. Tuttavia, dal materiale rinvenuto pare che gli Egizi preferissero frecce più lunghe, che normalmente superavano gli 80 cm. E a tal riguardo è importante notare che quasi tutte le rappresentazioni pittoriche egizie di arcieri su carri da guerra mostrano un arciere che tende la corda
ben oltre l’orecchio, in una tecnica di tiro che ricorda molto quella dei Giapponesi (
Cfr. Walther Wolf, Die Bewaffnung des altagyptishen Heeres, Leipzig 1926).
Gli archi in legno ricoperti con sottile foglia d’oro non potevano certo essere armati o tesi senza screpolare il fondo di gesso e lacerarne la ricopertura, si è pertanto portati a pensare che questi archi siano stati fatti appositamente per uso cerimoniale e funerario, non per essere realmente usati.

Vi è tra gli altri un arco, inventariato col n.17, che è stato chiaramente posto nel corredo funerario
del re adolescente in uno stato non finito. Questo manufatto è di notevole interesse in quanto ci svela alcuni dettagli sulla tecnica di lavorazione del legno usata dagli Egizi, esso merita pertanto
una più accurata descrizione. Un flettente, che misura 76 cm. In lunghezza, è solamente sbozzato,
la sua sezione è poligonale e presenta le sfaccettature lasciate dall’ascia ben visibili; queste sfaccettature hanno una larghezza massima di un centimetro e si estendono sull’intera lunghezza del
flettente fino al puntale. L’impugnatura e l’altro flettente, lunghi complessivamente 102 cm., sono
più rifiniti. Sono visibili i segni lasciati da una raspa, sia paralleli all’arco che a spirale attorno ad esso, che tuttavia non cancellano affatto gli spigoli lasciati dalla scure . Questi segni di raspa non sono profondi, ma le striature sono abbastanza distanti tra loro, circa un millimetro. Nel flettente
incompleto i dieci centimetri terminali sono perfettamente diritti. Sul corpo principale dell’arco,
appena prima che inizi la curvatura, ad una distanza di circa 13 cm. dal puntale, vi sono quattro scanalature parallele trasversali poco profonde sulla faccia. Queste distano circa 3,5 mm. una dall’altra ed hanno una lunghezza di circa un centimetro, le estremità di esse è leggermente rastremata. Nella parte finale il flettente è quasi rettangolare in sezione, con lo spessore superiore
alla larghezza. A circa un centimetro dalla punta si trova una tacca a V larga 1.5 mm. e altrettanto
profonda intagliata sul dorso del flettente.

Sul flettente finito di questo arco, la parte terminale diritta misura in lunghezza 7 cm. e l’inizio della contro curva si trova a 11 cm. dal puntale, la cui estremità è rastremata e termina con una sezione ellittica . Vi si trova una scanalatura sul dorso, sempre ad un centimetro dalla punta; questa è larga
quattro millimetri e profonda soltanto uno.


Metodo di costruzione
E’ stato a volte asserito che le parti in legno curve dei mobili e di altri oggetti Egiziani fossero
già curve in natura, oppure che la pianta venisse fatta crescere dentro a delle dime, ma questo arco sembra invece dimostrare che la tecnica per piegare il legno fosse in realtà già nota agli antichi Egizi. Questo ci consente di ricostruire le successive fasi di lavorazione, cosa che non sarebbe risultata possibile se si fosse trattato di un arco finito.

  • Veniva tagliata alla giusta lunghezza una stecca di legno.
  • Questa veniva sommariamente sbozzata con un’ascia che lasciava sulla stecca delle superfici spigolose. (Il coltello a due manici e la pialla non erano ancora conosciuti).
  • La stecca, ancora sovra dimensionata, veniva intaccata con diverse scanalature traverse su di una sola faccia in prossimità della parte terminale del flettente che si intendeva contro curvare.
  • Il tratto terminale del flettente veniva piegato in corrispondenza delle intaccature. In altre culture il modo per ottenere tale piegatura era quello di saturare il legno con il vapore, per renderlo soffice e malleabile.
  • Il flettente veniva presumibilmente fissato dentro ad una forma, o legato tra due pioli, e lasciato asciugare sotto piegatura.
  • A lavoro ultimato, dopo aver rimosso il legno in eccesso, veniva praticata una tacca sul dorso del puntale per alloggiare la corda.
  • L’arco veniva sommariamente smerigliato con un rude attrezzo abrasivo, probabilmente una raspa conica con manico in legno. (La lima piatta era ancora sconosciuta.) Questo passaggio avrebbe rimosso gli spigoli e le sfaccettature lasciate dall’ascia assieme alle scanalature praticate sul dorso per facilitare il piegamento del flettente.
  • Infine l’arco veniva rifinito e levigato con un blocco di pietra abrasiva.
Ne Mc Leod e nemmeno gli altri autori consultati fanno menzione del tipo di essenza usata, ma non sarebbe azzardato supporre si trattasse di acacia. In questo ci vengono in aiuto altri quattro archi rinvenuti a: Beni-hassan, Hassiut e Tebe. In questi esemplari il legno è stato identificato come acacia dal Prof. Yigael Yadin dell’Universià Ebraica di Gerusalemme (Fig. 3).
(Per ulteriore riferimento: “
Hollis S. Baker, Furniture in the ancient world, Origins and Evolution
3100 - 475 B.C.”,
London 1966. - W.M. Flinders, “Tools and Weapons Illustrated by the Egyptian Collection”, British School of Archaeology in Egypt, n. 30, 1917).

Per quanto si riesce a giudicare dalle rappresentazioni, questo arco in legno semplice a doppia curvatura manteneva la sua forma anche quando veniva armato e teso.
Conclusione
Le attrezzature e i materiali dalla Tomba di Tutankhamen continuano a fornire nuove e inaspettate
evidenze su di ogni aspetto della vita degli antichi Egizi. Sebbene non ci sia dato di sapere direttamente se l’occupante della tomba fosse stato veramente in vita un appassionato arciere,
il suo equipaggiamento funerario conduce a sostenere fortemente questa valutazione, ed inoltre rende ancor più plausibile una delle frasi che ricorrono più di frequente nei titoli onorifici attribuiti
a questo faraone adolescente: “La benigna divinità dal potente arco, che possiede la forza e il vigore nel tenderlo”.


Fonti: -
The art of Warfare in Biblical Land, Yigael Yadin, McGraw-Hill Book Company inc. 1963.
-Tutankhamun’s Self Bows, by W. McLeod, Journal of the Society of Archer-Antiquaries
Vol.24 , 1981.
- “Cmposite Bows from the Tomb of Tutankhamun”, W.McLeod, -J.R. Harris Oxford 1970.