I campionati europei di Kyudo



Il tiro con l’arco Giapponese (Kyudo, o la Via dell’arco), sebbene abbia mosso i primi passi in Europa negli anni ’70, ed in Italia negli anni ’80, è tuttavia giunto ad un grado di maturazione e diffusione sufficiente per disputarne i campionati europei ufficiali.
Quest’anno L’Italia ha avuto l’onore (e l’onere) di ospitare la nona edizione degli
europei, tenutisi l’anno scorso ad Hanover in Germania, come i lettori di Arco ricorderanno.

L a cittadina di Cornaredo, dell’hinterland milanese, per l’intero fine settimana del 16 e 17 settembre, è divenuta meta privilegiata di 10 squadre di kyudoka, provenienti da sette paesi europei: Francia, Italia, Austria, Germania, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L’evento si è svolto dopo grande attesa ed entusiasmo da parte di tutti i clubs e dojo europei, sotto l’egida della E.K.F (Federazione di Kyudo Europea), a cura della A.I.K ( la Federazione di Kyudo Italiana).

Encomiabile è stato il duro impegno organizzativo profuso dai
Kyudoka milanesi e torinesi, coadiuvati ovviamente da altri gruppi di Kyudo italiani.
Il risultato è stato un evento europeo lodato da tutti i partecipanti e dal pubblico, che contava diversi esponenti della comunità italo-giapponese, a conferma che eventi di questo tipo rivestono importanza non solo sportiva ma anche e soprattutto culturale.

Il regolamento agonistico federale prevede che ciascuna nazione possa partecipare con una o due squadre composte da tre arcieri. La distanza di tiro è quella canonica dei 28 m. su
mato (bersaglio) di 36 cm. di diametro. Il metodo di punteggio è assai semplice : colpito vale 1, mancato vale 0.

Nella giornata di sabato si sono disputate le gare a squadre, per il titolo di miglior squadra d’Europa, ma questa competizione ha avuto anche il duplice scopo di selezionare i venti migliori arcieri, quelli ritenuti “degni” di gareggiare nella successiva giornata di domenica per il titolo individuale (Taikai) di miglior
Kyudoka d’Europa.






Il campionato è iniziato, come vuole la tradizione, con una solenne cerimonia di tiro
(Yawatashi), “officiata”, è il caso di dire, dai tre maestri più alti in grado, che hanno svolto anche mansione di giudici di gara: Liam O’Brien, britannico, 7° Dan
Kyoshi (Maestro), Feliks Hoff, tedesco, 6° Dan, e Tryggvi Sigurdsson, Islandese, 6° Dan, entrambi Kyoshi. La solennità e il religioso silenzio di questo tipo di cerimonia rendono manifesto lo spirito di Shin Zen Bi, dell’arte del Kyudo (verità,
bontà e bellezza). Alla cerimonia è seguito un breve discorso di benvenuto del rappresentante federale A.I.K. Armando Luciani, di Roma, quindi il saluto ufficiale all’evento del sindaco di Cornaredo
Pompilio Trivelloni, che ha calorosamente ringraziato sia la E.K.F. che la A.I.K. per l’importante opportunità di ospitare un tale evento internazionale non solo sportivo ma che offre a tutti noi la possibilità di incontrare una cultura così affascinante come quella orientale.

Era poi doveroso un breve discorso augurale, di benvenuto e ringraziamento da parte del maestro O’Brien, il quale ha voluto pubblicamente ringraziare la Federazione Italiana A.I.K. per l’impegno profuso e il duro lavoro svolto in tutto un anno di preparativi. O’Brien, britannico di origini irlandesi ma, coniugato con giapponese e profondo conoscitore della cultura nipponica, ha tenuto a precisare che nonostante il diverso approccio che l’ambito orientale mantiene in queste cose, la competizione è e rimane un aspetto assai importante della pratica del Kyudo, in quanto consente all’arciere di scoprire aspetti di se stesso che resterebbero altrimenti ignoti nella pratica non agonistica, ed ovviamente doveva ricordare ad ognuno che, nonostante si fosse in gara
con altri, la cosa fondamentale non è “battere” qualcun altro, ma se stessi e i propri limiti.

La competizione è andata avanti nel modo silenzioso, ordinato e lento proprio di questa disciplina. La Francia, l’Italia e la Germania erano presenti con due squadre nazionali, mentre Austria, Svezia, Svizzera e Regno Unito gareggiavano con una sola squadra.
A fine gara e classifica quasi ultimata, si è reso necessario uno spareggio di quattro tiri tra un arciere italiano e uno tedesco, per il diritto di entrare nella rosa dei

20 in lizza per la gara individuale. Per un solo errore del nostro italiano si è aggiudicato l’ingresso il tedesco, uscita dignitosa… tra gli applausi generali.
Il rispetto dell’avversario è una componente basilare e irrinunciabile in ogni arte marziale, ed il Kyudo, va ricordato, è la più antica di queste arti.

L’organizzazione è stata quasi impeccabile, con traduzioni simultanee dei discorsi e degli annunci di gara all’interno del grande e moderno palazzetto
dello sport. Due tabelloni aggiornati da altrettante ragazze in abito da tiro
tenevano il pubblico al corrente dell’andamento del campionato.

A fine giornata di sabato questa la classifica delle squadre.
E’ la Francia a laurearsi campione d’Europa a squadre; ciascuna squadra ha tirato tre tornate da 12 frecce in serie da 4, per un totale di 36 frecce scoccate.

Francia “a” (1° squadra) 1° con 24 Atari (centri)
Francia “b” (2° squadra) 2° con 21 “ “
Germania “a” (1° squadra) 3° con 20 “ “
Italia “a” (1° squadra) 4° con 19 “ “
Germania “b” (2° squadra) 4° con 19 “ (ex-aequo con l’Italia “a” )
Regno Unito 6° con 18 “
Austria 7° con 14 “
Italia “b” (2° squadra) 7° con 14 “ (ex-aequo con l’Austria )
Svizzera 9° con 8 “
Svezia 10° con 3 “

Le due squadre italiane erano composte da: Antonio Renzo, Riccardo Amendolagine, Lorenzo Brambilla (
Italia “a”); Walter Albini, Pino Cazzaniga, Felice Lonati (Italia “b”).


A fine gara ho avuto modo di parlare con l’amico arciere Antonio Renzo, che ammiro molto e che ritengo essere uno dei migliori praticanti di Kyudo del nostro paese. Il suo volto è quasi sempre sereno, come ci si può aspettare da chi, oltre al Kyudo, pratica da tanti anni anche la meditazione; tuttavia tradiva questa volta una
velata ombra di delusione. La ragione, mi disse, era in due frecce sbagliate che, se
scoccate con maggiore impegno e presenza, avrebbero cambiato le sorti della nostra squadra… Non vi suona familiare una situazione simile?

La giornata successiva ha visto impegnati i praticanti nella gara individuale.
Il criterio di selezione ha tenuto conto unicamente dei migliori 20 piazzamenti come punteggi individuali durante la gara a squadre, senza tenere conto della nazionalità del tiratore. Tuttavia ciò che contraddistingue il Kyudo dal tiro con l’arco occidentale, oltre alla diversa tecnica, è anche e soprattutto il differente approccio interiore, vi è una sorta di inter relazione unitaria tra mente, corpo e arco. Il vero
Kyudoka quindi non può essere solamente un arciere che colpisce il bersaglio, bensì colui che lo colpisce con la giusta tecnica, nel giusto modo e con la giusta presenza di spirito e forma. Pertanto in questa antica disciplina viene premiato non solo chi centra il bersaglio, ma anche chi, pur avendolo centrato meno volte, lo ha però fatto con la miglior forma e il miglior stile. Questo importante e lusinghiero riconoscimento è andato al francese Michel Dupont.
Ma ovviamente anche la precisione del tiro ha il suo peso, ed in effetti, quando si tratta di competizione, questo è anche spesso il solo elemento inconfutabilmente
riscontrabile.
La gara individuale ha visto quindi al primo posto il britannico Ray Dolphin,
allievo del maestro
O’Brien; al secondo il tedesco Boris Proppe e per il nostro
Antonio Renzo un dignitoso ma migliorabile terzo posto.

Il responsabile europeo per le gare il maestro
Felik Hoff, ha dichiarato che si continuerà a disputare il campionato europeo di Kyudo, ma ogni anno questo verrà
ospitato da un diverso paese europeo a turno.


Infine I maestri hanno rilasciato le loro dichiarazioni sulle impressioni ricevute nel condurre questo importante evento nel nostro paese.

Liam O’Brian, 7 Dan. “Le strutture si sono dimostrate eccellenti, nonostante il campionato sia stato ospitato da una piccola cittadina anziché dal capoluogo, il pranzo nel centro civico è stato per me una vera esperienza di calore umano e di
simpatia. Il Kyudo, come attività giapponese, è alle sue prime mosse in Europa
E perciò queste occasioni sono molto importanti. Il Kyudo è una disciplina difficile,
il bersaglio si trova a 30 metri ed è piuttosto piccolo, perciò la formazione umana
diventa primaria in un tale contesto. L’arco è molto semplice rispetto a quello moderno occidentale, non è sostanzialmente cambiato da circa 800 anni! Nel Kyudo perciò si può andare molto bene durante un anno, ma l’anno successivo si può anche peggiorare, poiché tutto dipende moltissimo anche dallo stato umano dell’arciere”.

Feliks Hoff, 6 Dan. “Ho apprezzato moltissimo il calore e l’accoglienza del gruppo italiano di Ruggero Paracchini. Il Kyudo è un’arte marziale assai difficile da imparare, occorre molto tempo prima di potere tirare al bersaglio con discreta sicurezza. Per farvi un semplice esempio: le olimpiadi di tiro con l’arco occidentale sono state vinte da alcune donne coreane. Ebbene queste atlete, per vincere l’oro olimpico si sono preparate, in tutto, per un periodo di circa quattro anni. Ora, invece, nel Kyudo dopo quattro anni non si è ancora nulla: ci vogliono dagli otto ai dieci anni per ottenere un 50% di tiri andati a segno. Il Kyudo europeo conta adesso 15 paesi membri, ma non tutti questi gruppi sono pronti per partecipare a competizioni, Ho notato tuttavia una crescita del livello di abilità tecnica sia negli europei che negli italiani ”.

Era poi doverosa una breve dichiarazione del portavoce del gruppo francese di Kyudo che si è imposto non solo come maggior numero di centri ma anche per l’arciere dalla miglior forma di tiro. “ Il nostro gruppo viene da Parigi, dove vi sono cinque gruppi di Kyudo più un sesto in Normandia in via di formazione.
I
dojo (scuole di arti marziali, n.d.a.) francesi, sono stati progettati ed approvati
dai maestri giapponesi. La vittoria nel Kyudo ci ha dato quest'anno miglior fortuna che non nel calcio! Il Kyudo tuttavia non nasce come disciplina basata sul punteggio, ma anche e soprattutto sulla forma e sullo stato interiore, quindi riteniamo giusto che si sia pensato di premiare non solo i piazzamenti e i punteggi,
ma anche la miglior forma di tiro e il miglior tiratore in quanto a stato interiore e presenza di spirito. Un concetto comune a molte discipline orientali ci insegna che : -
L’attenzione priva di pensiero diviene la miglior forma di religiosità - . E’ questo che noi intendiamo e cerchiamo di perseguire.
Anche la frase riportata in
kangi (caratteri giapponesi) all’ingresso del luogo della gara, nella traduzione significava: “L’impegno che metto per acquisire la forma perfetta calma il mio spirito, con spirito calmo percepisco la vita”.
Ha terminato le dichiarazioni il capogruppo del
dojo che ha organizzato l’evento: il 4° Dan Ruggero Paracchini.
“Non è stato facile iniziare la pratica del Kyudo in Italia, tramite il Sig. Ioshihiro Ichikura, un praticante che viveva a Milano, si contattò il maestro
Genshiro Inagaki, che ebbe l’amore e la costanza di venire da noi ogni anno fino alla fine della sua vita, avvenuta nel 1995”.
Terminerò quindi con un ringraziamento al Maestro Inagaki, padre e ispiratore della maggior parte dei gruppi di Kyudo italiani e tedeschi, ma anche agli altri maestri quali: Ono, Suhara, Onuma, Kitajima ed altri, senza l’impegno dei quali
questa bellissima e profonda arte d’oriente, non sarebbe mai giunta tra noi.

Heki Ryu Insai Ha - La mira


Prof. Mori Toshio,
Università di Tsukuba, Giappone.

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La presente versione si riferisce alla lezione tenuta al seminario estivo dal Prof. Mori Toshio a
Wentorf, Germania, nell’agosto 2004. La versione inglese è stata letta e rivista dall’autore,
oltre che arricchita da prefazione e immagini.

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Traduzione a cura del
Kyudo Club Take no ko di Padova, con approvazione del Prof. Mori.


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PREFAZIONE

Questo testo include la lezione tenuta al seminario estivo di Wentorf, vicino ad Amburgo
Nel 2004. Michael Haller ne ha sunteggiato i contenuti. Desidero ringraziarlo per il suo impegno,
nella speranza che questo studio possa essere di aiuto per tutti coloro che desiderano imparare il
Kyudo in Europa. Lo studio riguarda il soggetto della mira nel Kyudo.

I contenuti vogliono trattare i seguenti punti:

  • come mirare,
  • errori di mira (destra- sinistra, alto- basso)
  • problemi dovuti alla dominanza dell’occhio destro o sinistro

e
  • tradizioni orali sulla mira
  • altri argomenti.

Sebbene ciò non fosse parte integrante della lezione, desidero descrivere in questa sede come la tecnica di mira (
Nerai Kata) si sviluppò nel tiro degli arcieri appiedati, e come essa cambiò
attraverso i tempi fino al momento presente.
Per molto tempo abbiamo tenuto dipinti su rotolo in Giappone. La gente ama questi dipinti con diverse immagini che illustrano differenti soggetti disegnati – ad esempio: dipinti di buon auspicio
di cerimonie e celebrazioni nei santuari e nei templi, biografie di sacerdoti di alto lignaggio o epiche
gesta di guerra. Di solito il testo esplicativo di tali eventi e le illustrazioni si alternano a vicenda.
La produzione dei dipinti su carta si sviluppò nel periodo
Nara e divenne assai popolare durante il
Periodo
Heian-Kamakura, ma venne progressivamente trascurata nella successiva era Muromachi.
Durante gli ultimi anni alcuni eventi che segnarono l’epoca, descritti nei rotoli, vennero analizzati.
Per quanto riguarda il Kyudo, le scene di tiro contenute nei rotoli ci suggeriscono una tecnica antecedente alla nostra nell’arte del tiro.
L’immagine (1) mostra una scena di tiro dal dipinto NENCHUU GYOUJI EMAKI (dipinto delle celebrazioni annuali) risalente al XII secolo (anno di produzione ignoto). Il
Nenchuu Gyouji Emaki
è un rotolo dipinto sulle antiche celebrazioni annuali al palazzo imperiale assieme alle usanze locali. Questo dipinto ci mostra l’antico modo di tirare. Sebbene qui la seconda freccia sia tenuta
nella mano destra (
Tory ya) notiamo che comunque la trazione del tiratore è corta.
La mano destra del tiratore è in contatto con il mento e sembra che questa dovesse raggiungere sempre la stessa posizione. Perciò è probabile che la tecnica di tiro di quei tempi implicasse un
tipo di mira al disopra della freccia. L’altro dipinto (2) mostra una scena del KITANO TENJIN
ENGI EMAKI (Rotolo delle promesse auspicali del celestiale dio
Kitano) che risale al 1278.
Il
Kitano Tenjin Engi Emaki è il lavoro più antico esistente negli annali dei rotoli dipinti ed è
considerato tesoro nazionale. Questo dipinto ci rivela che la piena trazione del tiratore è più
ampia rispetto al dipinto precedente e la corda viene tesa fino a dietro l’orecchio. Siccome la cocca
veniva portata sul lato destro, oltre il livello degli occhi dell’arciere, non gli era possibile mirare al disopra dell’asta della freccia. Perciò è assai probabile che qui si usasse una diversa tecnica di mira.
È un punto molto interessante scoprire se si mirasse mettendo in relazione l’avvolgimento (
Tou) dell’arco al bersaglio – come noi facciamo oggi - o se si mirasse guardando la punta della freccia in relazione al bersaglio.
Nell’opera RYOOSHUN OOZOUSHI di
Ryooshum Imagawa (nato il 1326, data di morte ignota)
che venne scritta nel XIV secolo, si possono trovare abbondanti nozioni sulla “Tecnica del Tiro con
l’Arco”. Queste descrizioni sono materiale prezioso per la ricerca riguardante le antiche tecniche di tiro. In questo lavoro si dice quanto segue sulle tecniche di mira di quei tempi: “Il pugno alla mira,
controlla il bersaglio con la punta della freccia”. Da ciò noi capiamo che la mira veniva determinata
dalla relazione tra la punta della freccia e il bersaglio.
Il
Ryooshun Oozoushi venne scritto circa cento anni dopo del Kitano Tenjin Engi Emaki.
Perciò la tecnica di tiro degli arcieri del 13° secolo, quando venne scritto il
Kitano Tenjin Engi Emaki era la stessa dei tempi in cui si sviluppò il Ryooshun Oozoushi, quando miravano sulla punta della freccia al bersaglio. Tuttavia questa tecnica di mira, dalla punta al bersaglio, ha uno svantaggio: tale metodo dipende dalla lunghezza della freccia. Se cambia la lunghezza della freccia,
l’immagine di mira cambia automaticamente. Come era il metodo di mira nella scuola Heki quando
Heki Danjo insegnò alla famiglia Yoshida ? La scuola Heki si spezzò in alcune branche, quella più
antica era la
Yoshida. Ne seguirono la scuola Izumo, la scuola Sekka e la scuola Dosetsu.
Infine vi fu la scuola
Insai. Ognuna di queste scuole aveva il proprio Yumi Moku Roku. Tutte le scuole anteriori alla scuola Insai miravano sulla punta della freccia nel bersaglio – come riportato
nei loro Yumi Moku Roku. Insai cambiò il modo di mirare. Nei rotoli della scuola Insai viene detto
che la tecnica di mira non è in relazione alla punta della freccia, bensì che l’immagine di mira è
determinata dalla relazione del lato sinistro dell’avvolgimento in rattan
(Tou) dell’arco ed il Mato.
Questo significa che il metodo di mira venne cambiato in quello che noi pratichiamo fino ad oggi.
Ho appreso dal Maestro Inagaki che il Maestro Insai lasciò il suo insegnante della scuola
Izumo per andare alla scuola Sakonemon, poiché nella sua opinione quell’insegnante aveva cambiato troppe cose della scuola Heki tradizionale: non soltanto l’immagine di mira ma anche, ad
esempio, la posizione di
Ho zuke. Così, il nuovo metodo di mira iniziò nel 17° secolo.
Come dissi sopra, riguardo al metodo di mira dell’arco giapponese, va dichiarato quanto segue
(è probabile che in una qualsiasi epoca la mano destra venisse sempre tesa alla medesima posizione per rendere la mira riproducibile):

  • Fino al 12° secolo circa = mira sopra la freccia
  • Attorno al 14° secolo = relazione tra punta della freccia e Mato
  • Anche agli inizi della scuola Heki = relazione tra punta della freccia e Mato
  • Dal 17° secolo, con la riforma del Maestro Insai, = relazione tra arco e Mato

Da ciò noi possiamo giungere alla conclusione che il metodo di mira nella tecnica di tiro appiedato
In Giappone, si sviluppò in tre fasi fino alla tecnica attuale.

Università di Tsukuba
Toshio Mori

SULLA MIRA


Mi è stato chiesto di parlare della mira. Ecco alcuni aspetti.

  • Fondamentalmente vi sono due direzioni nella mira:
a. orizzontale, sinistra-destra
b. verticale, alto-basso

  • Come saprete vi sono diversi modi di tirare:
  • Hosha, il tiro appiedato
  • Kisha, il tiro a cavallo
  • Dosha, il tiro veloce e su lunga distanza

Ciascuno di questi modi di tiro ha i propri parametri per la mira sinistra-destra.
nella scuola Heki viene considerato, non importa a quale distanza, che la freccia dovrebbe sempre
volare nella direzione in cui l’arciere mira se si guarda sopra la sua freccia.
Vi si suppone che la freccia debba volare diritta dove è puntata senza alcuna deviazione.


(figura freccia ----------------------------------------------- mato


Vi sono molti insegnanti giapponesi che non danno molto valore alla mira. Un esempio di questo lo
troviamo in un modo di tirare ai 28 metri mirando largo a sinistra e, nonostante ciò, colpire
ugualmente il bersaglio (fig. 3). Questa linea ci mostra che la freccia – in base alla distanza –
colpirebbe altrove in ogni caso. Oppure essa volerebbe – sulla lunga distanza - larga e sul lato
destro.

Vi è una antica tradizione in base alla quale i bersagli venivano posti uno dietro all’altro (vedi fig.3)
in dieci spazi (la distanza tra i Mato era di 1 ken = 1,8 m.). Alla distanza più vicina il diametro del Mato è di 9 cm. e ad ogni distanza successiva il Mato cresce in diametro di 1 sun (1 sun = 3 cm.).
Solamente con la tecnica corretta è possibile colpire ogni Mato in questa situazione.
Nel tiro al
Sanjusan Gendo, su una distanza di 120 m. si mira largo sulla sinistra, per orientamento
viene usata la trave che pende dal soffitto. La veranda ha una larghezza di 2,5 m. per una altezza di
circa 5 m. e siccome la traiettoria della freccia segue una parabola, questo è il giusto modo di mirare.
Siccome questa disciplina di tiro viene praticata con un arco relativamente forte e frecce sottili
nel lasso di tempo di 24 ore, non è possibile torcere l’arco con la mano sinistra, ma è invece necessario lavorare con le spalle; questo significa che si tira con le spalle, altrimenti ci si stancherebbe troppo presto. Sul campo di battaglia non si tirava a 28 m. per tutta la giornata:
l’obiettivo poteva avere distanze diverse, mentre nel
Sanjusan Gendo la distanza era sempre di
120 m. Vennero costruiti speciali luoghi di addestramento che corrispondevano a queste circostanze (veranda, distanza e altezza del colonnato). I tiratori regolavano la loro tecnica in base
all’arco e miravano di conseguenza.
Durante il tiro da cavallo la mira non è un problema poiché ci si avvicina molto al bersaglio, nel
tiro a cavallo una mira precisa non è possibile. Questo è il significato del tiro KASA GAKE
(con il grande cappello), HO ZUKE diviene impossibile poiché la corda toccherebbe il cappello.
(Nello
Yabusame possiamo vedere che la freccia non tocca la guancia). Solamente con l’esperienza
e la giusta sensazione si può giungere a colpire il bersaglio.
Nel capitolo 56 del MOKU ROKU si possono trovare affermazioni sulla mira. Vi è scritto che
si dovrebbe prendere il lato sinistro dell’arco e la sua relazione con il Mato come orientamento
(vedere fig. 4-6). Oltre a questo vi sono opinioni assai diverse in Giappone, specialmente tra gli
studenti di liceo, ai quali viene detto di mirare sulla punta della freccia o sulla punta del dito.
Tutto ciò non serve a nulla. La tradizione vuole che si prenda la relazione tra il bersaglio ed il
lato sinistro dell’arco per riferimento di mira.
Una domanda importante è: qual è l’occhio dominante, con il quale l’arciere vede il bersaglio?
Per quanto riguarda i principianti occorre controllare prima quale sia il loro occhio dominante
Se l’occhio dominante è il destro, si vedrà il bersaglio a sinistra vicino all’arco (fig.4-6). Se invece
l’occhio dominante è il sinistro, si vedrà il bersaglio relativamente lontano, sul lato sinistro dell’arco (vedi fig.7).
Questo significa, se si prende la grafica del manuale come riferimento, che si mirerà largo sulla
sinistra pensando che ciò sia corretto. Se l’insegnante porta lo studente nel mezzo del Mato,
così che la freccia punti nel centro, e lo studente vede il Mato largo a sinistra rispetto al lato
sinistro dell’arco, ciò significa che il sinistro è il suo occhio dominante.
Per attivare l’occhio destro è possibile chiudere il sinistro per un attimo durante il tiro.
La tradizione vuole che si miri sempre all’interno del Mato - il che non vuol dire che debba essere
necessariamente il centro. (vedi fig. 8). Mirare e colpire il bersaglio dipende anche dall’attrezzatura: la forza dell’arco, il diametro delle frecce, spazio della corda e posizione di
tale spazio.
Se un tiratore mira largo a sinistra, l’insegnante deve ricontrollare la sua mira. Soprattutto, se un tiratore mira sempre largo a sinistra e colpisce il bersaglio, la sua mano sinistra (
tsunomi) non potrà
svilupparsi. Ma potrà accadere nella pratica del Kyudo – soprattutto con i principianti -, che non vi
è abbastanza forza o che
tsunomi non lavora abbastanza. Allora l’insegnante potrà lasciar mirare
l’allievo più a sinistra. E’ dovere dell’insegnante ricondurre l’allievo un po’ per volta.
Se le frecce colpiscono sempre larghe a destra all’esterno del Mato, la motivazione del tiratore può
diminuire. L’insegnante può lasciarlo mirare un poco più a sinistra per renderlo più sicuro per
qualche tempo. Va molto male solo quando la mira esce fuori dal Mato in senso orizzontale,
e l’insegnante deve far si che la mano sinistra divenga più forte, così che l’immagine di mira venga
a ritrovarsi di nuovo all’interno del Mato. Questo è un punto essenziale, pertinente alla
responsabilità dell’insegnante, ed una sua possibile strategia didattica. Si può rovinare il tiratore
lasciandolo mirare a sinistra, ma lo si può parimenti aiutare e motivare, nei brevi termini.
Un altro aspetto dell’insegnamento risiede nel concentrarsi su di un solo punto. Ciò significa:
non mirare mai su di un’area, ma sempre ad un singolo punto (fig.9). Questo vuol dire che si dovrebbe sempre guardare il centro del Mato, che nello
Hoshimato è il punto nero (vedi Hika nr.1).
Su questo aspetto vi è un aneddoto che riguarda il padre del maestro Urakami: lui aveva scelto
un fiore di ciliegio come bersaglio, ed aveva perforato ciascuno dei cinque petali, uno dopo l’altro.
Un altro episodio: durante un seminario Inagaki Sensei ed il suo insegnante, Urakami Sensei,
tiravano su di uno stesso Mato. Inagaki colpiva sempre il lato destro del bersaglio; così il suo insegnante, Urakami Sensei, disse: “io scelgo il lato sinistro”. Tirarono così 100 frecce e quando
alla sera si sedettero nello spogliatoio, Urakami Sensei disse: “Oh, oggi ho sbagliato due frecce”.

Nel Dojo del Maestro Urakami si era soliti tenere delle competizioni dove ciascuno portava il suo
proprio Mato. La dimensione specifica di ogni Mato veniva decisa dal tiratore stesso. Se qualcuno
era solito colpire molto, anche il 100%, doveva portarsi un Mato più piccolo. Se anche così il tiratore colpiva quasi sempre, il Mato diventava ancora più piccolo. Inagaki Sensei aveva sempre un
Mato più piccolo degli altri. Probabilmente Urakami Sensei ne aveva uno ancora più piccolo.
Tirando le somme, potremmo dire che la direzione verticale nella mira è più difficile di quella
orizzontale. L’alzo della mira dipende dalla forza dell’arco, dalla lunghezza della piena trazione e dall’altezza degli impennaggi. Così, controllare la mira di un principiante è una notevole responsabilità per l’istruttore.
Secondo la tradizione si dovrebbe sempre controllare la mira del tiratore in modo che l’impatto
delle frecce provenga da sopra. In tal modo il principiante inizia prima a colpire la parte alta del
Mato, per avvicinarsi poco a poco fino al centro del bersaglio. (vedi fig. 10). In particolar modo occorre prestare attenzione ai principianti che usano un arco debole, poiché le frecce di costoro
assai spesso colpiscono a terra. Ma anche se l’attrezzatura è nuova e il tiratore ha un nuovo arco
o nuove frecce, o se l’intera attrezzatura è stata cambiata, anche allora è importante che l’istruttore
abbia cura di controllare l’altezza della mira in questo modo. Se le frecce colpiscono sempre basso,
la reazione naturale del tiratore sarà quella di alzare la mira prima di
Hanare (Kiri Age) .
Si può anche colpire il Mato in questo modo, ma è assai difficile raggiungere l’alzo corretto.
Ed in condizioni difficili il bersaglio non si colpirà affatto. Se il tiratore colpisce sempre troppo
alto sopra il Mato, la sua naturale reazione sarà di abbassare la mira appena prima di
Hanare
(Kiri Sage).
Nella prefettura di
Ibaraki venne esaminato un tipo assai diffuso di competizione. Su 216 partecipanti il 25% cambiava la mira prima di Hanare sia in direzione orizzontale che in verticale.
Di questo 25%, la metà cambiava la mira andando dal basso verso l’alto (
Kiri Age) mentre l’altro
18% dei tiratori la cambiava dal basso verso l’alto (Kiri Sage) . L’aspetto interessante è che il tiratore stesso non si rende conto di questo. E’ difficile ed occorre molto tempo prima che il tiratore
possa rendersi conto da solo di questo fenomeno, perciò è importante che l’istruttore – nel caso egli
noti un cambio di direzione – cerchi di correggere l’errore immediatamente.
Il tiratore di norma riesce a valutare abbastanza bene la mira in senso orizzontale (sinistra-destra),
ma la mira verticale è difficile. Inoltre è importante sapere che, - se la distanza di tiro cambia a causa di differenti luoghi di allenamento – cambierà anche l’alzo della mira. L’insegnante deve
essere assai attento affinché il tiratore non divenga insicuro.
Oltre a ciò tuttavia, non è bene per lo sviluppo del tiratore se il suo occhio vaga tra l’arco ed
Il bersaglio. Questo deve essere fermato, poiché il vagare tra mano, arco e bersaglio sottrae troppo
tempo e la concentrazione diminuirà. Il tiratore deve sempre mettere a fuoco la visuale sulla
distanza, per concentrarsi sul Mato e non perdere il contatto dello sguardo dal punto da colpire.
Questo significa che in
Yu Gamae l’attenzione è sulla mano, mentre in Monomi è sul punto di mira
al bersaglio. Gli occhi mantengono l’attenzione sul Mato fino a
Zanshin. E’ importante, se ci si accorge che lo sguardo vaga attorno al bersaglio, divenirne immediatamente consapevoli e correggersi. E’ difficile correggere questo difetto, se è diventato un’abitudine, ma deve essere corretto in ogni circostanza, perciò io mi impongo di mantenere l’attenzione visiva sulla lunga
distanza.
Un altro modo (per controllare la mira) : durante
Uchi okoshi il Mato appare alla sinistra del gomito e quindi si sposta giù lungo il braccio. Durante Sanbun no ni il Mato viene visto vicino
al dorso della mano e durante
Tsume ai viene a trovarsi vicino all’impugnatura dell’arco.
In tal modo si può modificare la procedura di mira e controllarla da se stessi. Per tale motivo
non accade mai che qualcuno faccia dei segni di mira sul TOU (avvolgimento sopra all’impugnatura), in caso contrario l’occhio sarebbe costretto a spostare l’attenzione tra
il bersaglio e l’arco. Se non è possibile guardare sopra la freccia del tiratore per controllare la sua
mira, perché i suoi capelli o gli occhiali sono di ostacolo, si dovrebbe far tirare l’arciere in ginocchio e controllare la sua mira dall’alto. Con il movimento di
Ineri, spesso accade una
leggera flessione della freccia. Se la freccia si flette, la cocca e il lato destro dell’arco devono
essere allineati. Per una corretta mira il tiratore dovrebbe mantenere la testa verticale in
Monomi, così che gli occhi possano avere un allineamento orizzontale tra di loro; in caso
contrario si avrebbero immagini di mira sempre diverse. Il tiratore deve imparare a notare
questi aspetti da solo.
La mira è alla base del tiro (vedi fig. 11). Essa non deve mai essere trascurata in nessuna delle
fasi di tiro. E’ necessario acquisire un certo automatismo durante l’esercizio. Anche nel tiro al makiwara sarebbe assai utile per i principianti mettere un segno per mirare. Non è necessario
colpire quel segno, è solamente per avere un riferimento a cui guardare. Siccome la freccia si
alza dopo lo sgancio, succede che si colpisce il makiwara al disopra del punto dove si è mirato.
Ora farò alcune considerazioni sugli errori e i problemi del tiro e su come affrontare i cambiamenti di immagine nella mira. Gli errori tecnici si producono in modi diversi. Un sondaggio condotto
tra 300 persone (studenti e lavoratori) evidenziò che l’ 80% degli studenti che praticano ogni giorno, sviluppano
Hayake durante i primi tre anni. Tra costoro, un altro 80% riusciva a superare Hayake durante i successivi tre anni, mentre al rimanente 20% occorreva molto più tempo per guarire. Una piccola quantità di questi studenti, invece, doveva tenersi il problema per il resto
della vita. Durante la prima fase di
Hayake, lo studente sgancia appena arriva in Tsume ai, il che significa che sta ancora mirando. Nello stadio avanzato di Hayake, il tiratore non giunge nemmeno
a mirare e sgancia prima. Questo significa che lo sgancio può avvenire addirittura in
Sanbun no ni – senza avere affatto mirato. Tirando le somme,questo vuol dire che il tiratore che soffre di Hayake,
non arriva a mirare.
I tiratori che soffrono invece di
Yurumi cambiano la loro immagine di mira sul lato destro del Mato, poiché con Yurumi la freccia tende a volare a sinistra; ma il tiratore vuole comunque colpire il bersaglio, così sposterà la mira più a destra. Con la posizione di Ho zuke avviene la stessa cosa:
se la freccia rimane staccata dalla guancia di alcuni millimetri, la freccia vola a sinistra, perciò il
tiratore mirerà più a destra. Si potrebbero verificare diversi problemi appena prima dello sgancio
a causa del cambio di
Ho zuke. Se il tiratore sposta il contatto con lo zigomo in avanti, la freccia
tende a volare a sinistra e il tiratore mostrerà la tendenza a mirare più a destra. Se il tiratore sposta il contatto verso l’alto prima dello sgancio, la freccia tendenzialmente volerà verso il basso ed il tiratore tenterà di compensare tale risultato mirando più alto, o viceversa. Perciò l’insegnante deve
prestare molta attenzione allo spostamento della posizione di
Ho zuke appena prima dello sgancio.
Coloro che hanno un lavoro di Tsunomi troppo debole avranno una immagine di mira alla sinistra del Mato. Perciò vi è una stretta relazione tra la mira e gli errori che si compiono nell’arte
della tecnica del tiro. Se la tecnica non è corretta, l’insegnante dovrebbe sempre prima controllare la mira. In base a dove vola la freccia il tiratore può scoprire da solo i suoi errori (vedi anche fig. 12).
L’aggiustamento della freccia in
Sanbun no ni ha effetto sul punto di impatto della freccia, perciò
È importante mirare correttamente già in
Sanbun no ni (aggiustamento della freccia).
Si potrebbe dire, in linea generale, che se non si mira in modo corretto, o l’immagine di mira
non è corretta, anche la tecnica e l’arte del tiro non sono corrette. Questo è valido anche durante
le gare. Per il futuro del Kyudo è di grande importanza mirare sempre nel modo corretto.
Allo stesso modo è necessario che
Tsunomi, il lavoro di Tsunomi, sia la parte più importante del
tiro, e che non la si trascuri mai.
Si narra un aneddoto al riguardo di tre famosi arcieri giapponesi che si incontrarono per uno
scambio di idee all’inizio dell’epoca Showa, circa nel 1920 : erano Ohira Shabazu, Awa Kenzo
(l’insegnante del Prof. Eugen Herrigel, n.d.t.) e Urakami Sakae. Venne loro chiesto a che cosa essi
mirassero; Ohira Shabazu rispose : “io miro allo spazio”. Awa Kenzo disse: “io miro all’eternità”. Infine Urakami Sakae disse : “io miro al bersaglio”.
Il che significa, se non si mira al
Mato e non si usa Tsunomi no Hataraki come base, il tiro con l’arco prende strade peculiari e viene perduta la traccia della via tradizionale dell’arte del tiro.
Naturalmente vi sono tre tabù nel Kyudo tradizionale giapponese: per prima cosa non si deve mai
guardare il guanto di un altro tiratore o la sua scanalatura per la corda, poiché dalle caratteristiche della scanalatura si può capire come sta tirando l’arciere e dove risiedono i suoi errori e problemi.
Perciò ciascuno deve riporre il proprio guanto in modo che nessun ’ altro possa vedere la scanalatura.
Un aneddoto proveniente da Okayama ci narra di un eccezionale tiratore che colpiva
Il bersaglio quasi sempre. Mentre questo arciere stava recuperando le sue frecce, un altro tiratore
si mise a studiare il suo guanto. Quando egli ritornò e si rese conto di questo, estrasse la sua spada
e lo ferì. Vi fu un processo, presieduto dal duca, a seguito dell’episodio; ed infine il duca stabilì che
a nessuno era consentito studiare il guanto di un altro tiratore, perciò l’arciere non subì alcuna condanna.
Il secondo tabù è che a nessuno è consentito provare l’arco di un altro tiratore o la forza del suo arco, se ciò non viene espressamente richiesto.

Il terzo è che a nessuno è consentito, senza che ciò gli venga domandato, guardare sopra la freccia di un altro tiratore. Questo vuol dire che non si deve guardare la mira di un altro tiratore. Perciò in Giappone è considerato tabù controllare la mira durante le competizioni o gli esami. E’ responsabilità dell’insegnante del Dojo indicare al tiratore come mirare – sempre tenendo conto del
suo livello tecnico. Nella Scuola
Heki la mira dovrebbe sempre essere all’interno del Mato, non
all’esterno; ma, secondo i casi, l’insegnante può consentire all’allievo di mirare più a destra
o a sinistra, per un certo periodo di tempo. Tra gli insegnanti giapponesi ve ne sono molti che non
vogliono saperne di TSUNOMI NO ATARAKI, o comunque non lo richiedono, ed in modo simile non pongono molto valore sulla mira; ma è importante che l’istruttore abbia a cuore la mira dei tiratori nel Dojo. Per contro non vi dovrebbe essere alcun controllo della mira durante le competizioni, ma soprattutto è necessario che l’insegnante stesso miri sempre in modo corretto;
questo ha un’influenza determinante sulla mira di tutti i tiratori del Dojo.
Durante un inchiesta, condotta dal
Sig. Fujimoto nel 2003 tra 80 studenti che scelsero il Kyudo
per un semestre, venne sollevato l’interrogativo su quali fossero per i principianti i punti più difficili. Durante questa valutazione, la
mira e Tsunomi no Hataraki risultarono essere le difficoltà
maggiori. E’ degno di nota osservare che la mira venne indicata come la maggiore delle difficoltà;
e mantenne tale primato per due o tre anni. Fino a che non si riesce a stabilire un punto certo per la mira, occorre molto tempo ed è sempre molto difficile gestire una situazione del genere.
L’ideale sarebbe che la mira di coloro che devono prendere parte alle competizioni venisse corretta
dall’istruttore, e che i tiratori stessi si attenessero a tali direttive. Questo implica che in tal caso è l’insegnante ad assumersi tale responsabilità. Questo approccio sarebbe anche l’ideale per ricondurre il Kyudo sulla via maestra. Se iniziamo a trascurare: la mira,
Tsunomi no Hataraki e
Nobi ai, il Kyudo subirà un notevole deterioramento. Ovviamente è possibile apprendere l’arte della mira – compreso l’esperienza. Sotto quest’aspetto non potrete chiedere consiglio a chiunque,
e spesso otterrete differenti suggerimenti di mira da diversi tiratori. Diventa piuttosto una questione
di rapporto confidenziale che viene ad instaurarsi tra l’insegnante ed il tiratore. Per ottenere le basi
di un corretto sviluppo della tecnica di tiro, la mira è il fattore più determinante. Questo vuol dire
che quando si concentra su Tsunomi no Hataraky e Nobi ai, il principiante spesso dimentica
la mira. Ciò comporta anche un grande grado di incertezza, se la mira non viene stabilita.
Non appena l’insegnante si rende conto di questo, egli deve intervenire per correggere la mira
dell’arciere.

  • Il principio basilare è l’allineamento tra occhio, freccia e Mato

Nel tiro con l’arco giapponese il tiratore non può determinare da se la propria mira. Il senso
orizzontale di mira deve essere controllato da un’altra persona (vedi fig. 13) che stia dietro al
tiratore e guardi al disopra della cocca e della punta della freccia.


FIG. 13


la mira verticale deve anch’essa essere controllata da un’altra persona che stia di fronte al tiratore
e che giudichi per mezzo dell’angolazione della freccia rispetto alla linea orizzontale.


FIG. 14

Il tiratore ricorda l’immagine di mira attraverso la relazione che intercorre tra arco e
Mato (vedi fig.14); e il rapporto di R, S, T con H . Attraverso questi aggiustamenti di altezza, il tiratore determina la propria mira.

  • In che modo il tiratore, attraverso le punte delle spade - raggiunge la propria mira?

Nel Moku Roku si dice: si dovrebbe arrivare in diagonale da Uchi okoshi a Sanbun no ni nella posizione di mira in Tsume ai anche dopo Hanare fino a Zanshin. Se si cambia la direzione,
la mano verrà a ferirsi. (Vedi fig. 15).


FIG. 15

  • E’ altresì necessario fare attenzione se si verifichi un cambio di direzione della freccia nel momento di Hanare.

Il vero tiro ha inizio in
Nobi ai. In Nobi ai il tiro non deve venire cambiato.

Questi tre punti devono essere studiati e insegnati.