Arcieria nel periodo Celtico.


Riprendiamo la nostra analisi sull’uso dell’arco in epoca celtica iniziata con lo studio degli archi rinvenuti a Robenhausen (Germania) risalenti al IV-V secolo D.C. e ci portiamo nella Danimarca del III secolo D.C.

I reperti che prendiamo in esame sono abbastanza famosi nell’ambiente dell’archeologia arcieristica, ma non hanno, a mio avviso, ricevuto tutta l’attenzione che meriterebbero.

Tuttavia consentitemi di fare un lungo passo indietro per descrivere un reperto assolutamente unico, anch’esso pertinente agli albori delle culture esaminate.

Esso è stato datato con il metodo del radiocarbonio al 1320 a.C. Si tratta di un singolare arco marcatamente asimmetrico, ricavato da un ramo di tasso e rinvenuto nel 1842 ad Edington Burtle nel Somerset, in Inghilterra (fig. 1). Questa importantissima testimonianza archeologica ci conferma che l’uso di un tale arco asimmetrico non era circoscritto alle sole isole giapponesi del III secolo D.C. (periodo Yajoy). Il reperto consiste in un arco rinvenuto pressoché intatto e quindi la sua pronunciata asimmetria non è dovuta a rotture o danneggiamenti. L’arco asimmetrico dell’Età del Bronzo inglese è lungo circa m. 1,60. Il flettente superiore è più lungo di quello inferiore di ben 20 cm. Il suo dorso è piatto, mentre la parte interna è arrotondata. La sezione dell’impugnatura è rotonda ed il flettente superiore più lungo termina con una punta conica, mentre quello inferiore termina con un pomolo. La sua larghezza massima ai flettenti è 29 mm. mentre all’impugnatura è largo 25 mm. Lo spessore massimo dei flettenti è 18 mm. Mentre l’impugnatura è spessa 26 mm.

Decentrando il “punto di sparo” della freccia verso il basso si ottiene un maggiore accumulo energetico che si traduce in una maggiore velocità di chiusura rispetto a quella ipoteticamente ottenibile con lo stesso arco costruito con flettenti simmetrici. Ovviamente il tipo di tecnica usata per il tiro poteva essere diversa, ma ci è dato di fare solo caute ipotesi, tuttavia questo arco “quasi giapponese” rinvenuto in una delle più importanti “culle” della cultura occidentale apre i nostri orizzonti a considerazioni finora impensate. (Cfr. J.D. Clarck 1963; Gad Rausing 1967).

Gli archi “sassoni” rinvenuti nelle galee di Nydam presso le torbiere danesi, risalgono all’età europea del ferro (100-300 A.D.) e sono, a mio avviso, rivelatori rispetto al periodo celtico da noi preso in esame.

La lancia e il giavellotto rimanevano le più importanti armi del guerriero europeo durante tutto il periodo La Tène (dal 450 A.C. al 50 D.C.) I maggiori rinvenimenti archeologici danesi di Hjortspring (200 A.C.) non includono archi e frecce, ed anche le punte di freccia sono estremamente scarse nelle sepolture di questo periodo. Dal momento che punte di lancia e giavellotto in osso sono spesso state rinvenute negli scavi di questo strato geologico, se vi fossero state punte di freccia in osso sarebbero, con ogni probabilità, venute alla luce.

Gli autori romani più antichi non fanno menzione dell’arco come arma germanica, tuttavia Cesare menziona archi celtici costruiti in legno di tasso, ma afferma che lancia a giavellotto (framea ac hasta) erano le armi delle tribù germaniche. Più tardi le cose sarebbero cambiate.

Gli archi rinvenuti negli importanti scavi delle torbiere danesi, che risalgono all’Età del Ferro romana e al periodo delle Migrazioni, vennero pubblicati da Engelhart più di cento anni or sono.

Come tutti gli altri manufatti in legno rinvenuti a Vimose (100-300 A.D.), gli archi sono in eccellente stato di conservazione (fig. 2.1 a) Come quelli rinvenuti a Thorsbjerg (3° sec. A.D.),
a Nydam (4° sec. A.D.) e a Kragehul (450-525 A.D.) , essi erano costruiti con legno di conifera.
Secondo Borge e Christenssen, del Museo Nazionale, questi archi sono in legno di tasso.

Le dimensioni degli archi di Vimose sono considerevoli : da 168 a 196,5 cm. L’esemplare più robusto è largo all’impugnatura 3,5 cm. ed è lungo 183 cm. Due degli archi rinvenuti a Nydam, che sono dello stesso tipo di quelli di Vimose, sono circa della stessa taglia: 191 e 182,5 cm. In ogni caso essi sono stati ricavati da un tronchetto di diametro piuttosto grosso, la cui superficie viene a formare il dorso dell’arco (la parte esterna verso il bersaglio), mentre la parte interna, o ventre, è arrotondata e la sezione forma un segmento di cerchio. Lo spessore dei flettenti è cospicuo, anche se varia da arco ad arco ed anche in punti diversi della stessa arma. In via generale questi archi sono assai spessi in prossimità del punto centrale, essendo qui lo spessore pressoché identico alla larghezza dell’impugnatura. I flettenti si rastremano verso le estremità e tuttavia il loro spessore decresce in proporzione maggiore di quanto non decresca in larghezza. Siccome la superficie del tronchetto viene a formare il dorso dell’arco in tutta la sua lunghezza, ne consegue che la parte esterna dei flettenti è costituita quasi interamente di alburno. In questi esemplari abbiamo la fortuna di poter identificare con certezza la parte anteriore e quella posteriore, dalla forma delle tacche per la corda. Queste sono generalmente abbastanza piccole e tagliate profondamente ad un angolo di circa 45 gradi, su di un solo lato del puntale.

Una caratteristica interessante è che a volte troviamo due paia di tacche per la corda: una più esterna ed una interna. Probabilmente esse non nacquero contemporaneamente e le nocche più interne possono esser state intagliate quando il costruttore si accorse che l’arco non fletteva in modo simmetrico. L’asimmetria può infatti essere compensata spostando la giunzione con la corda leggermente più all’interno, ed allo stesso tempo spostando l’impugnatura di metà distanza nella stessa direzione. Ciò tuttavia non spiegherebbe il perché la tacca vecchia, più esterna a quella nuova , non sia stata rimossa.

Questi archi non erano certamente di tipo composito, ma recano tuttavia tracce ben definite di fasciature di diverso tipo. In un caso esse consistono di un certo numero di nastri, della larghezza di circa un centimetro, avvolti a formare spire della stessa distanza di un centimetro l’una dall’altra.

In un altro esemplare il nastro era largo circa 3 cm. e la distanza di avvolgimento circa 1,7 cm.

Sebbene non resti nulla del nastro stesso, le tracce da esso lasciate sulla superficie del legno sono assai evidenti. Su di uno di questi archi la superficie è stata resa ruvida, probabilmente per impedire al nastro di scivolare. Non vi sono tracce di alcun rinforzo di nastro o di tendine e ne di altro materiale sul dorso dell’arco. La posizione in cui le tacche per la corda sono state ricavate è sempre ad una certa distanza (dai 5 ai 10 cm.) dalle estremità, ed in alcuni casi esse sono totalmente assenti. Invece una caratteristica comune a questi archi è che i puntali alle estremità hanno la forma di corni con sezione rettangolare, larghi 9 mm alla base e che si appuntiscono fino ad una larghezza di 5 mm. alle estremità. Il fatto che le estremità siano tronco-piramidali è dovuto al fatto che in origine vi erano inseriti dei piccoli puntali in osso o in ferro, ed un puntale simile possiamo in realtà osservarlo intatto su di uno soltanto degli archi rinvenuti a Nydam, sotto la nocca del flettente inferiore. La punta è lunga 3,5 cm. ed è conica con la base larga 6 mm. e costituisce di fatto una specie di baionetta, che consentirebbe all’arciere, in caso di bisogno, di usare l’arco come fosse una lancia.

Abbastanza sorprendentemente, gli archi di Vimose non vennero spezzati in modo cerimoniale prima di venire deposti. Tutti gli altri oggetti e le armi, come era d’uso, erano invece stati “uccisi” prima della sepoltura. Perché gli archi non subirono lo stesso trattamento? Infatti nella torbiera di Kragehul vennero rinvenuti, tra gli altri reperti, anche alcuni archi. Come le altre armi, questi vennero invece spezzati secondo la tradizione attestata. A parte questa caratteristica essi sono simili agli archi di Vimose sotto ogni aspetto. I reperti di Thorsbjerg includono parti di un magnifico arco simile a quelli appena descritti, tuttavia in questo esemplare le tacche per la corda sono state intagliate su ambo i lati. Le tracce della fasciatura sono particolarmente evidenti in questo caso: consistono di due spirali; una che avvolge l’arco in senso orario e l’altra in senso anti-orario.

Ogni nastro consisteva di un gran numero di sottili filamenti e, sebbene non resti nulla dei nastri stessi, essi erano stati incollati all’arco con un sottile strato di resina, che rivela i nastri esser stati incrociati uno sull’altro sul dorso e sul ventre dei flettenti. Un altro arco che assomiglia molto a quelli delle torbiere danesi è stato rinvenuto vicino a Leuwarden, in Olanda. Il reperto è incompleto ma doveva misurare in origine 168 cm. in lunghezza. Al centro esso ha un diametro di 24 mm.
Dalla stratigrafia questo arco risale all’Età del Ferro romana.

Questi archi rinvenuti in Danimarca a Vimose e a Nydam potevano, secondo alcune fonti, appartenere a spoglie di guerra, sacrificate agli dei dopo la battaglia e gettate in sacre paludi o laghi.

Essendo stati datati tra il 100 ed il 350 A.D. rappresentano quanto di più vicino all’epoca La Tene da noi presa in esame e, come si può notare nella figura che li rappresenta, essi erano del tutto simili agli archi lunghi inglesi di epoca medievale. Il legno con cui furono costruiti era il tasso e l’abete. Come c’è da aspettarsi, gli esemplari in abete hanno un diametro maggiore rispetto a quelli in tasso, a causa della diversa densità strutturale delle due essenze, per ottenere lo stesso libraggio occorre un maggior spessore di abete. Pare comunque che in entrambi i casi la superficie esterna sotto la corteccia del tronco vada a formare il dorso dell’arma, questo ci consente di dedurne che, qualsiasi fosse l’essenza impiegata, l’orientamento delle venature in senso laterale sia preferibile a quello antero-posteriore, specialmente nel caso di legni meno adatti come l’abete in una sezione critica come quella a D.

La lunghezza dei 36 archi rinvenuti nelle galee di Nydam varia dai 178 ai 197,5 cm. Sono quindi più lunghi rispetto all’altezza degli uomini che li usavano. L’esemplare lungo 178 cm. ha uno spessore centrale di 26 mm. abbinato ad una larghezza, nello stesso punto, di 28 mm. Pertanto la proporzione spessore- larghezza è di 1 a 1,1.

Uno dei famosi archi inglesi di epoca Tudor (1545) rinvenuti sulla nave da guerra Mary Rose è lungo 187 cm. ed ha al centro uno spessore di 32 mm. su di una larghezza di 35 mm. Anche in questo caso possiamo notare una proporzione di 1 ad 1,1.

Molti costruttori di archi inglesi odierni optano per uno spessore sopra e sotto l’impugnatura di 29 mm. su di una larghezza di 32 mm. La similitudine è evidente.


Fonti:

- “Six foot saxon staves” by W.E. Tucker, Journal of the Society of Archer Antiquaries 1958.
- “The Bow”, Some notes on its origin and development, by Gad Rausing, Simon Archery 1967.
- “Longbow”, by Robert Hardy, P.S.L. 1992.
- “Neolithic Bows From Somerset, England”, by J.D. Clark, Dep. of Archaeology and Anthropology, Cambridge, 1963.


Storia e sviluppo dell’arcieria in Giappone



Periodo arcaico, 30.000 - 250 a.C.

La cultura Giapponese ha origini sorprendentemente recenti se confrontate con quelle delle grandi
culture del continente asiatico e del Mediterraneo. Egitto, India, Creta, Giudea, Grecia e Persia affondano le loro radici culturali in epoche assai più antiche. Il confronto con la Cina riveste una particolare importanza ai fini della nostra ricerca. Fin dal suo inizio la storia e la cultura giapponesi sono state intimamente connesse con quelle del continente asiatico ed in particolare con quelle della Cina. Molto probabilmente la cultura cinese ha potuto godere di reciproci scambi con le culture dell’Asia Centrale fin da tempi immemori.
Influenze cinesi, che includono tradizioni risalenti a periodi e culture più remote ancora, raggiunsero l’arcipelago giapponese attraverso la Corea. E’ stato a buon diritto osservato che la cultura giapponese presuppone quella della Cina continentale, sebbene tale aspetto venga spesso sopravvalutato. Tale visione, veritiera nella sostanza, troppo spesso trascura il fatto che le influenze culturali che attecchivano in Giappone non venivano semplicemente acquisite e preservate, ma integrate, in modo creativo, nella cultura locale autoctona e spesso modificate e migliorate.

I primi abitanti delle isole giapponesi facevano parte di gruppi etnici molto diversi da quelli del continente asiatico, e non provenivano certo dall’arcipelago nipponico. Essi iniziarono a spostarsi dalla parte sud dell’Asia Centrale attorno al 30.000 a.C. migrando vesto est, raggiungendo infine, oltre ad altri posti, il Giappone e, ovviamente, da li non fu loro possibile viaggiare oltre.

La lingua Giapponese, come la maggior parte degli idiomi, nasce innanzitutto come lingua parlata. E prenderà a prestito il segno figurato scritto (ideogramma) soltanto molto più tardi dalla cultura cinese. Per tale motivo, il periodo preistorico, laddove il termine indica l’assenza di documentazioni scritte, in Giappone è molto più esteso di quanto non lo sia per le civiltà e le culture occidentali.
In tali epoche preistoriche la catena di isole giapponesi era ancora parzialmente collegata al continente, ed anche dove gli istmi di terra erano stati sommersi dal mare, l’acqua era abbastanza bassa da consentirne facilmente l’attraversamento. In seguito, tuttavia, il fondo marino sprofondò ed il livello delle acque crebbe, tagliando largamente l’arcipelago fuori dal continente. Gli Ainu, di origine proto-caucasica, pare siano stati gli ultimi sopravvissuti di uno di quei primi gruppi di migranti. Di origine indoeuropea, di carnagione bianca, essi ancora sopravvivono in circa 15-16.000 individui nell’isola di Hokkaido, nel nord del Giappone. Pare che nei secoli essi siano stati progressivamente annientati e cacciati dai giapponesi, tecnologicamente più evoluti, verso nord e verso sud. In seguito il gruppo di Ainu rifugiatosi a sud si estinse. Essi vennero anche chiamati Kumaso (dal giapponese Kuma = orso, animale venerato dagli Ainu) oppure anche Ebisu (barbari) e vengono tuttora disprezzati dai Giapponesi. Gli Ainu usavano, ed usano ancora, un tipo di arco simmetrico lungo circa un metro e venti, in legno, piuttosto potente (E.G. Heath 1971) e con corda in tendine. Viene usato per la caccia e gli Ainu usano con questo tipo di arma, frecce avvelenate. Questo tipo di arco non si è mai diffuso nelle isole giapponesi, rimanendo appannaggio di questo gruppo etnico: non vi sono quindi collegamenti con l’arco giapponese sviluppatosi in seguito.

Vi fu tuttavia una ulteriore ondata migratoria che raggiunse il Giappone circa nello stesso periodo In cui giunsero gli Ainu: Si dice che questo gruppo etnico fosse correlato con le culture presenti nelle foreste del nord est asiatico. Tale gruppo divenne in seguito depositario della cultura Jomon (che si estese dal 10.000 al 250 a.C.). Tale nome è dovuto alle caratteristiche decorazioni del loro elaborato vasellame, il più antico rinvenuto sul pianeta finora.

Dal punto di vista antropologico ne gli Ainu e nemmeno i rappresentanti della cultura Jomon avevano caratteristiche corrispondenti a quelle della popolazione giapponese odierna, che sono essenzialmente di discendenza mongolica . Gli archeologi giapponesi ora accettano l’idea che se dovessero intraprendere scavi in Corea, questi porterebbero probabilmente alla luce reperti molto simili a quelli della cultura Jomon. Lo stesso potrebbe esser detto dell’arco Jomon, anche se venne sviluppato poco dopo l’invenzione del vasellame (o almeno non vi sono reperti di archi anteriori al vasellame finora rinvenuti). E’ possibile che questi migranti avessero portato con se la conoscenza e l’uso dell’arco dal continente asiatico ed a conferma di ciò vi sono le punte di freccia in selce, del tutto simili a quelle giapponesi di epoca Jomon, rinvenute sul continente.

I più antichi archi oggi conservati in Giappone vennero rinvenuti nel sito di Torihama presso la prefettura di Fukui. Il reperto consiste in due archi che risalgono al primo periodo Jomon e vennero costruiti probabilmente tra il 7.000 e il 6.000 a.C. Uno di essi è lungo 1,29 m. mentre l’altro misura un metro esatto. Questi archi, fatti in legno di Kaya (Gelso, Torreya nucifera) erano completamente fasciati da cima a fondo con strisce di corteccia di betulla, probabilmente per accrescerne la resistenza e prevenirne la precoce rottura. Una tecnica sorprendente considerato che tale estesa fasciatura è anche una caratteristica degli archi composti. Tuttavia è possibile che questi avvolgimenti riflettano la sensibilità artistica di quel popolo, dato che le decorazioni a corda del loro vasellame ricorda sorprendentemente la forma di questi avvolgimenti sugli archi.

Altri archi risalenti al periodo Jomon più recente (circa 1.000 a.C) sono stati rinvenuti. Alcuni interi ed altri solo in frammenti. Come gli altri esemplari più antichi, anche questi consistono in una semplice stecca in legno ma la loro lunghezza varia dai 70 cm. per i più corti, ai 2 m.

Sorprendentemente alcuni di questi archi erano addirittura ricoperti di lacca, probabilmente al fine di renderli resistenti alle intemperie. La grande differenza in lunghezza tra questi archi non ha un significato particolare ma era probabilmente dettata dalla lunghezza del legno disponibile, che veniva ridotta solo se eccedeva di molto quella dell’altezza dell’arciere, quando l’arco sarebbe stato troppo ingombrante. Il legno più frequentemente usato erano i rami di Matsu (pino) e Kaya o Kuwa (la pianta di gelso, le cui foglie forniscono il cibo ai bachi da seta). E’ comunque certo che gli antichi archi Jomon non erano composti ma ricavati da un singolo pezzo di legno. Le descrizioni che sostengono il contrario contraddicono i più recenti rinvenimenti archeologici, che non includono archi laminati o riflessi ne in questo periodo e nemmeno nel successivo periodo Yayoi.

Periodo Yayoi: 250 a.C. - 330 d.C.

All’incirca nel terzo secolo avanti Cristo una ulteriore ondata migratoria composta di etnie mongole, arrivò dal sud della Cina e dalla Corea. Gruppi etnici più numerosi vennero cacciati da quelle zone a causa di guerre e dalla sempre crescente espansione dell’Impero Cinese sotto l’impulso della Dinastia Ch’in (221 – 207 a.C.) che riuscì per la prima volta ad unificare la Cina.

La successiva dinastia Han (207 a.C. – 220 d.C.) favorì tale espulsione. Quei gruppi appartenevano chiaramente ad etnie mongole; una volta che essi ebbero raggiunto l’arcipelago giapponese, vi stabilirono la cultura Yayoi, dopo essersi incrociati, almeno in piccola misura, con gente di etnia e cultura Jomon. Secondo le più recenti ricerche, i giapponesi contemporanei sarebbero il risultato di questo incrocio. Gli Jomon e gli Yayoi appartenevano chiaramente ad etnie diverse tra loro, sia dal punto di vista della razza (gli Jomon erano di origini mongoliche) e sia dal punto di vista dei loro manufatti. Il vasellame della cultura Yayoi, che prende il suo nome dal sito dove per la prima volta tali reperti vennero rinvenuti, reca decorazioni più sobrie di quelle dei manufatti Jomon.

La cultura Yayoi possedeva già il tornio a ruota per la lavorazione del vasellame e conoscevano la lavorazione del bronzo e del ferro; praticava l’agricoltura e portò con se dal continente il cavallo, la mucca e la coltivazione del riso. Presso insediamenti successivi vennero rinvenuti numerosi oggetti risalenti alla dinastia cinese Han, compreso monete, specchi, campane in bronzo ed anche armi da punta e da taglio quali lance e spade. Nel suo complesso, l’arrivo di questi nuovi gruppi etnici, dette origine ad un ordine tecnologico completamente nuovo nelle isole del Giappone, pervase fino a quel periodo solamente dalla cultura Jomon di caccia e raccolta.
Mentre la gente Jomon ancora si costruiva le punte di freccia in selce, gli Yayoi erano invece in grado di forgiarsi punte in ferro, anche se continuavano a produrre punte in selce poiché tale processo costruttivo era più semplice ed economico. Le frecce tirate infatti spesso non potevano più essere recuperate e dovevano perciò essere velocemente rimpiazzate. La necessità di frecce doveva essere considerevole anche perché la coltivazione del riso ebbe come conseguenza il sorgere di conflitti per il diritto di proprietà delle terre e delle acque.

La più antica raffigurazione artistica di arco e frecce sinora rinvenuta in Giappone risale proprio al periodo Yayoi. Si tratta della decorazione su di una campana in bronzo (terzo secolo avanti Cristo) che rappresenta scene di caccia e mostra, tra altre cose, un arciere che ha appena scoccato una freccia. Quell’arciere sta impugnando il suo arco ad un terzo della lunghezza totale verso il basso.
Da questo reperto si evince che l’arco del periodo Yayoi era chiaramente asimmetrico come quello Odierno.

Sulle ragioni di questa asimmetria (che l’arco Jomon non aveva) si sono fatte molte congetture ma le più plausibili sono forse da ricercarsi nelle tecniche di caccia e di guerra degli Antichi Yayoi. Durante la pesca con l’arco essi infatti dovevano tenere l’arco stabile appena al di sopra della superficie dell’acqua, ed attendere che il pesce giungesse a tiro: archi dal flettente inferiore più corto erano perciò più adatti a tale scopo.

Tale paziente attesa, che ancora oggi è una caratteristica particolarmente coltivata dai giapponesi, pare fosse praticata anche durante la caccia e nei conflitti armati. Questo pare confermato da un certo numero di teschi con fori nel cranio risalenti all’epoca Yayoi.
Dall’angolazione di impatto delle frecce pare che gli arcieri attaccanti fossero accovacciati sopra a degli alberi ad attendere l’arrivo degli avversari per colpirli dall’alto: un arco con la parte inferiore più corta sarebbe più agevole all’uso anche in questi frangenti, tuttavia le vere ragioni del mantenimento invariato di questa unica forma asimmetrica, oltre che in ragioni di ingombro, andrebbero ricercate nella inconsueta lunghezza delle frecce usate e nel tipo di materiale in seguito sempre impiegato per la costruzione dell’arco giapponese: il bambù.

Il bambù, anche se incollato longitudinalmente, conserva comunque una marcata tendenza a fendersi nel senso della lunghezza, specialmente se usato per fare un arco corto, di qui la necessità di mantenere molto l’ungo l’arco giapponese, è infatti il più lungo al mondo misurando anche oltre i due metri e quaranta. All’atto pratico un arco di tale inconsueta lunghezza, anche se aperto a lunghezze di freccia considerevoli, sarebbe assai poco efficiente se impugnato al centro come un normale arco occidentale. Lo spostamento dell’impugnatura ad un terzo dal basso aumenta di molto sia la potenza (carico) dell’arco che la velocità in uscita della freccia, ed in seguito si scoprì che questo tipo di arma recava in se altre potenzialità rispetto alla semplice flessione; tale aspetto verrà esposto nella parte dedicata alle scuole di tiro codificate di arco giapponese (Ryu).

A causa di questa sua asimmetria, l’arco del periodo Yayoi può essere considerato a buon diritto. Il prototipo dell’arco tradizionale asimmetrico ancora oggi usato nel Kyudo. Questa forma asimmetrica venne mantenuta anche perché facilitava l’uso dell’arco da cavallo (yabusame).

Periodi Yamato (300 – 710 d.C.) e Heian (794 – 1192)

Le seguenti epoche Yamato ed Heian conobbero comunque solamente l’uso dell’arco semplice, ricavato da un unico pezzo di legno in forma asimmetrica, tale arma veniva impiegata sia per la caccia che come arma in dotazione alle prime forme di milizie locali, al soldo dei primi “signori della guerra” a capo di famiglie nobili e proprietari di vasti latifondi.

Durante il tardo periodo Heian, attorno all’inizio dell’undicesimo secolo, apparvero i primi archi giapponesi compositi, vennero chiamati Fuse-take yumi (fuse = ricoprire; take = bambù; yumi = arco). Nei primi esemplari solamente la faccia esterna o dorso era ricoperta e rinforzata con uno strato di bambù, ed allo stesso tempo si continuava anche ad usare il vecchio tipo di arco in solo legno a sezione rotonda. Questo accadeva perché i nuovi archi compositi si rompevano facilmente a causa delle ancora imperfette tecniche di costruzione, ed il materiale usato per fare avvolgimenti di rinforzo non teneva a sufficienza.

In seguito gli archi vennero costruiti in diversi strati di bambù e legno (gelso o catalpa). Questo nuovo tipo di arco asimmetrico composito gradualmente soppiantò il vecchio arco semplice in un solo pezzo di legno poiché era aumentata notevolmente la sua efficienza e durata.

Questo sviluppo nelle tecniche costruttive degli archi si concluse a quanto sembra solamente al tempo delle guerre Gempei (1180 – 1185), che videro raffinarsi al massimo grado le armi e le tecniche marziali sotto l’impulso delle due più influenti famiglie che si contesero il controllo del paese: i Taira e i Minamoto. Tali tecniche costruttive vennero poi lievemente migliorate durante il seguente periodo Kamakura.

Periodo Kamakura : 1185 – 1333).

Il periodo Heian venne caratterizzato, tra le altre cose, da intensi contatti con il potente “vicino” Cinese, che già da lungo tempo possedeva l’arco composito. Vi sono quindi buone ragioni per ritenere che fu in quel periodo che le tecniche di costruzione a strati dell’arco composito raggiunsero il Giappone provenendo però dalla Cina. Anche in questo vi sarebbe un classico esempio di come la civiltà giapponese si sviluppò in molti campi: applicando un concetto cinese ad un oggetto giapponese.

Il tiro con l’arco venne essenzialmente praticato come “Kyu-jutsu” (Kyu = arco, jutsu = tecnica), durante tutto il periodo Kamakura, quindi veniva vissuto essenzialmente come una tecnica finalizzata ad un risultato nel tiro. L’elemento “tecnica” rimase predominante fino a quel periodo sebbene gli aspetti spirituali e cerimoniali non fossero affatto sconosciuti. Il Confucianesimo che raccomandava il tiro con l’arco come mezzo per perfezionare la personalità (sebbene più da un punto di vista formale), si era, dopo tutto, stabilito in Giappone fin dal quarto secolo.

Verso la fine del dodicesimo ed agli inizi del tredicesimo secolo, il Buddismo Zen venne introdotto In Giappone ad opera del monaco buddista Eisai (1141 – 1215). L’impatto dello Zen fu notevole per la cultura giapponese, specialmente quando tale visione venne in stretto contatto con il potere costituito del tempo: lo Shogunato Kamakura. Sotto quel silenzioso e potente influsso, tutte le arti marziali dei guerrieri giapponesi (Bushi – Samurai; Bushi = guerriero, Samurai = colui che è al servizio) iniziarono a cambiare. Il concetto di Kyu-justu come tecnica continuò ad esistere fino ad inoltrato periodo Tokugawa (1600 – 1868), ed esiste tuttora in contrapposizione a “malintesi mistici” che tratteremo in seguito, tuttavia la nuova visione della realtà contenuta nel buddismo Zen venne adottata dai Samurai molto presto dal suo manifestarsi.

Lo Zen e l’arciere.

Lo spirito militare del periodo Kamakura era in netto contrasto con le raffinatezze cortigiane del periodo Heian e, sebbene di più antiche origini, fu sotto la reggenza di Minamoto no Yoritomo (1145-95) che il Bushido (codice del guerriero) si sviluppò e prese la sua forma definitiva. Inoltre ora vi era anche il Buddismo Zen per fornire a questo nobile codice le sue basi religiose e metafisiche. Esso divenne una sorta di filosofia di indifferenza verso la morte praticata durante la vita. Il principio dell’etica cavalleresca giapponese venne sintetizzato nei simboli dell’arco e della spada quali rappresentazioni della purezza interiore del samurai, visto ora come il guerriero la cui missione era di portare alla perfezione non solo le tecniche di combattimento ma, nel fare ciò, egli portava a compimento la Tecnica suprema, quella che gli consentiva di trascendere la morte nel momento del trapasso. Il cavaliere quindi, a differenza degli uomini di altre classi, forse per questo ritenute inferiori, era colui che poteva guardare la morte negli occhi senza tremare, in un paradossale e contraddittorio connubio di orgoglio ed umiltà. L’addestramento interiore del guerriero, in tale ottica, non era disgiunto da quello esteriore, ed era un disciplina volta all’ottenimento di integrità, interiori ed esteriori, tali da poter realizzare in se il concetto: “si, potete uccidermi ma non ha importanza, il mio spirito è già andato oltre e non è un qualcosa che possa essere ucciso”.

In questo consisteva la Via dell’illuminazione per il guerriero; nel non fare distinzioni tra vita e morte: il Bushido eliminava lo iato che gli uomini pongono tra loro.

L’importanza che il Buddismo Zen ebbe nel Giappone feudale, quasi sempre percorso da guerre, si può facilmente intuire da quanto sopra esposto, tuttavia per tentare di capire più in profondità il modo in cui il tiro con l’arco veniva in aiuto dei maestri Zen e dei loro allievi, è necessaria una premessa per spiegare non cosa sia lo Zen (ciò sarebbe impossibile oltre che una contraddizione in termini), ma piuttosto cosa esso non è. Lo Zen ed il Taoismo convergono in tale aspetto ed hanno essenzialmente la stessa origine. già Lao Tzu ci ammoniva che: “il Tao che può essere detto, non è il vero Tao”.

Lo Zen infatti affonda le sue radici in Cina (dove era noto come Ch’an) ma vi giunse attraverso un monaco indiano che può essere considerato il suo fondatore: Bodhidarma, che giunse appunto dall’India nel sesto secolo, la sua filosofia venne portata fino in Giappone nel dodicesimo secolo dal monaco Eisai; essa contiene molti elementi puramente cinesi, o che comunque ebbero un pieno sviluppo in Cina prima dell’introduzione del Buddismo.

L’essenza dello Zen non è un elemento che gli occidentali possano facilmente afferrare. Esso non è una filosofia nel senso europeo del termine, bensì una metafilosofia.

Non è razionale ma nemmeno correlato al misticismo, nonostante le sue origini indiane. Non è una teologia e non possiede un formale credo o una dottrina. Si può seguire lo Zen ed essere buddisti o cristiani, scienziati o semplici operai, è un qualcosa di cui fare l’esperienza in ogni campo ed attività; risiede essenzialmente in una contraddizione che non può essere afferrata dal pensiero
formale, poiché andrebbe espresso un qualcosa che è di suo inesprimibile. Ciò che differenzia lo Zen da ogni altro insegnamento è il fatto che, mentre non si discosta mai dalla semplice quotidianità e nonostante la sua natura pratica e concreta, ha un qualcosa in esso che lo colloca al di sopra della rutilante e sordida scena di questo mondo. I buddisti Zen non parlano mai di ciò li muove interiormente. Il loro segreto può essere compreso solo da colui che è sul punto di farne esperienza in prima persona.

Durante il periodo Kamakura molti Samurai iniziarono ad assimilare le discipline del Buddismo Zen come parte integrante del loro addestramento, spesso anche spinti dall’incoraggiamento dei loro signori. Questo tipo di ascesi dimostrò la sua efficacia durante i due tentativi di invasione da parte dei Mongoli (1274 e 1281) specialmente nel secondo conflitto dove i Samurai, numericamente inferiori, ottennero un considerevole successo sull’invasore.

L’arciere e il ventaglio.

La storia del Giappone è ricca di episodi leggendari e di altrettante gesta compiute da eroi-arcieri, in particolare il periodo delle guerre Gempei ne riporta uno tra i più famosi e celebrati.

Nel 1180 l’imperatore Takakura fece un dono al tempio di Itsukushima, consistente in trenta ventagli che recavano dipinti su di essi lo hi no maru, il disco del sole. In seguito il successore di Takakura, l’imperatore bambino Antoku, venne catturato dai Taira in fuga dai loro avversari, i Minamoto. Il sacerdote del tempio, dove il drappello passò, per consolare il bambino gli donò uno di quei ventagli, assicurandogli che il disco dipinto su di esso era lo spirito dell’ultimo Imperatore, suo padre, e che perciò quel disco avrebbe respinto le frecce dei nemici facendole rimbalzare indietro. I Taira, credendo all’affermazione del prete, piazzarono questo ventaglio in cima ad un palo appositamente fissato all’arcata di una delle loro giunche, che venne ormeggiata vicino alla costa. Sentendosi forti del fatto che parte del “potere spirituale” dei loro nemici fosse ora entrato in loro possesso, i Taira spinsero una delle donne della corte imperiale a lanciare una sfida ai Minamoto. Ella li sfidò a colpire il ventaglio issato sulla giunca.

Nasu no Yoichi Munekata era il migliore arciere del clan. Gli venne perciò ordinato di raccogliere la sfida. Egli cavalcò nelle acque per un tratto e, consapevole della leggenda secondo la quale il suo defunto imperatore avrebbe respinto ogni freccia, Nasu rivolse una preghiera ai Kami per ottenere che il vento e le acque si calmassero quindi, con un tiro passato alla leggenda, andò a colpire il ventaglio proprio sul rivetto metallico che lo teneva assieme, mandandolo in frantumi evitando il disco del sole sotto gli occhi ammutoliti ed increduli dei Taira, che vennero in seguito sconfitti nella battaglia che seguì l’episodio.

Ancora oggi la famiglia Sasake, rivendicando la sua discendenza da Nasu no Yoichi, usa come suo emblema araldico (mon) un ventaglio con un disco nero su di esso, poiché il loro antenato arciere aveva spento il sole dei Taira.

Periodo Muromachi (1333 – 1573)

IL grande capitano Takeda Shingen (1521- 1573) della famiglia Minamoto dette grande impulso
Al “Kisha” (il tiro da cavallo) per mettere in pratica la strategia cinese di battaglia:
questa strategia era nota col nome di: FURINKAZAN
FU = veloce come il vento
RIN= silenzioso come la foresta
KA= devastante come il fuoco
ZAN= immutabile come le montagne.

Lo Zen continuò ad espandersi: il monaco meditava in posizione seduta: lo Zazen, il guerriero si forgiava lo spirito mediante l’azione.
Si nota pertanto la nascita di due scuole principali: la Ogasawara Ryu (tiro con l’arco religioso e da cerimonia, lento e solenne) e la Heky Ryu ( tiro da battaglia, preciso, rapido ed efficace).

Le Scuole di tiro codificate (Ryu)

Scuole antiche:

Kashima Ryu (fondata dal dio guerriero Kashima Kami, origini mitologiche)
Taishi Ryu (fondata dal principe Shotoku Taishi, 574 – 622)
Hemni Ryu (fondata da Hemni Kyomitsu, 1185 – 1233)
Takeda Ryu ( fondata da Takeda Nobumitsu, discendente di Hemni, XIII sec.).
Ogasawara Ryu (fondata da Ogasawara Nagakiyo (1161 – 1242).

Scuole “nuove”:

Heki Ryu (fondata da Heki Danjo Masatsugu nel 1440),------ vedi sotto divisioni
Yamato Ryu (Fondata da Morikawa Kosan, 1600),
Honda Ryu (fondata da Honda Toshizane, 1800 ca.)

La scuola Heki è a sua volta suddivisa in : Seka Ha; Izumo Ha; Dosetsu Ha; Chikurin Ha; Insai Ha; Okura Ha.

Tutti questi rami della Heki Ryu derivano il loro patrimonio tecnico da quello scoperto da Heki Danjo per il campo di battaglia, con diverse varianti introdotte da diversi maestri titolari, infatti nel sistema tradizionale di insegnamento giapponese, di qualsiasi arte, è sempre stato in vigore il sistema dello iemoto (ie = casa, famiglia; moto = radice), ossia: l’insegnamento proviene
dalla casata e dal maestro che ne è depositario, il rapporto fondamentale era quindi sempre il rapporto maestro-discepolo. Tale legame non poteva mai essere spezzato e tantomeno rovesciato, anche nel caso che il discepolo avesse infine superato il maestro in abilità.
Il sistema tradizionale dello iemoto, nelle arti marziali, venne abolito solamente nel 1945, quando Il Giappone, sconfitto, si arrese agli alleati ed iniziò un forzato processo di democratizzazione.

Le scuole qui elencate sono solamente le principali. Ve ne furono altre che, tuttavia, derivavano da maestri formatisi in questi ceppi principali: diversi rami della Heky Ryu continuano ad essere ancora attivi e vitali oggi, altri si sono estinti così come si sono estinte la maggior parte delle scuole più antiche, ad eccezione della Takeda Ryu e della Ogasawara Ryu.

Le scuole di tiro sorsero per sopperire a precise necessità, e lo fecero rispettando gli schemi culturali nipponici ed i sistemi tradizionali.

Nel 1192 a Minamoto no Yoritomo, capo del clan Minamoto, venne concesso il titolo di Shogun.
A quel tempo egli aveva consolidato con successo il suo potere e controllava, per la prima volta nella storia giapponese, più o meno tutto il paese dai suoi quartieri generali di Kamakura.

La corte imperiale di Kyoto rimaneva in carica, almeno nominalmente, ma alla fine fu costretta a passare ogni autorità al regime militare. Divenne quindi quasi inevitabile a quel punto che i principi e la pratica delle arti marziali influenzassero l’intera società. Verso la fine del XII secolo Yoritomo istituì per i suoi guerrieri un allenamento standard più severo. Come parte dell’addestramento egli affidò ad Osasawara Nagakiyo, fondatore della Ogasawara Ryu, il compito di codificare e standardizzare l’insegnamento dell’arcieria a cavallo.

Heki Danjo e la svolta del periodo “moderno”

Per la maggior parte del XV e del XVI secolo il Giappone fu travagliato dalla guerra civile; fu quindi questo un periodo distruttivo che tuttavia permise ai samurai di affinare la loro abilità nel combattimento su basi quasi costanti, forgiando così alcuni dei migliori guerrieri della storia giapponese. In conseguenza a tutto ciò l’arco guadagnò ancor maggiore importanza come arma e la tecnica di tiro migliorò notevolmente. Uno dei più noti arcieri del tempo fu Heki Danjo Masatsugu, un guerriero di eccezionale abilità e fama. Non c’è molto di scritto su Heki Danjo e gli storici non sono d’accordo sui fatti che riguardano la sua vita. I più pensano che egli visse sia a Yamato (l’attuale prefettura di Nara) che a Iga (prefettura di Mie) ma altri sostengono che in realtà vi fossero due differenti famiglie Heki: una a Yamato e l’altra a Iga .

Malgrado tutta questa confusione la maggior parte degli storici concorda sul fatto che Heki Danjo
sia realmente esistito. Si pensa che sia nato nel 1443 e morto all’età di cinquantanove anni. Secondo la leggenda Heki Danjo aveva circa quarant’anni quando ebbe una illuminazione sull’uso dell’arco, illuminazione che egli chiamò “Hi, Kan Chu” cioè vola, fora, centra.

Si narra che, nella battaglia di Uchino, Heki Danjo mise in rotta i nemici solamente con il suo grido di guerra e la battaglia venne vinta senza una sola vittima. Ciò era apparentemente dovuto alla fama che Heki Danjo si era conquistato per il fatto che ogni freccia che egli
lanciava al grido di “Eiiii!”, trapassava infallibilmente uno o anche due soldati avversari, perciò l’effetto psicologico che tale grido sortiva, era che i nemici si vedevano già trapassati e restavano immobili anche senza che le frecce venissero realmente scoccate. Quindi, ad Uchino, la sola voce di Heki Danjo fu sufficiente per raggiungere quello che i maestri chiamavano lo “spirito di non combattimento”, che salvò le vite di molti uomini di entrambi gli schieramenti. Naturalmente per raggiungere un tale stato di maestria bisogna avere prima dimostrato di essere in grado di fermare e respingere un attacco ogni qual volta ciò sia necessario; ma il fine ultimo del bushi era quello di proteggere non solo se stesso ma anche il nemico dalla morte. Questo dovrebbe farci riflettere su quanto fantasiosa e lontana dal reale sia l’immagine di samurai guerrafondai e solamente in cerca di una gloriosa morte, cara ad alcuni filoni cinematografici.

Con Heki Danjo Masatsugu ebbe origine il periodo detto delle “nuove scuole” di arcieria di cui abbiamo trattato. Queste scuole si differenziavano, allora come oggi, per un tipo di tecnica volta ad esprimere la massima potenza ed efficacia del sistema uomo-arco. Il maestro Genshiro Inagaki, fino al 1995, ed ora il maestro Toshio Mori hanno “traghettato” questa tecnica nel nuovo millennio, non senza fatica e non senza ostacoli e polemiche rivendicative di altre scuole che sono, purtroppo, tipiche dell’ambiente marziale giapponese. Il malinteso mistico- spirituale che ha, in occidente, unito l'arco giapponese allo Zen, tanto da divenirne sinonimo, meriterebbe una trattazione specifica che lo spazio non consente. Tale mito ebbe origine negli anni ’40 con l’affermarsi del best seller “Lo Zen e il Tiro con l’arco” del Prof. Eugen Herrigel. Per brevità diremo solo che il professore tedesco non praticò sufficientemente a lungo il Kyudo per arrivare al vero Zen, ed inoltre lo praticò sotto la guida di un maestro che non si era mai occupato di Zen in senso lato; non di minor importanza il fatto che Herrigel parlasse solo il tedesco mentre il suo maestro, Kenzo Awa, parlava solo giapponese, e non sempre era presente l’interprete alle loro sessioni di addestramento, tale circostanza favorì sicuramente l’affermarsi di considerazioni soggettive se non veri e propri equivoci. Per una più ampia disamina del problema si rimanda al saggio critico “Il mito dello zen nell’arte del tiro con l’arco”, del Prof. Yamada Shoji , Take no ko Padova 2001.

In altre parole Il tiro con l’arco e lo Zen, pur con attinenze reciproche, restano due cose ben distinte. Oggi il tiro con l’arco giapponese è praticato sotto l’egida di due organizzazioni: il Ministero della Pubblica Istruzione e la Federazione Giapponese di Kyudo: All Nippon Kyudo Federation, (A.N.K.F.) Come avviene in altre millenarie arti marziali nipponiche, come ad esempio l’arte della spada, vi è una federazione che tenta di riunire e codificare ciò che invece è sempre stato diviso, frammentario, familiare, esoterico o appannaggio di ristrette cerchie di iniziati … in occidente noi diremmo: parrocchiale.. certo, il vino è sempre vino ed è uno solo ma, quanti diversi tipi ne esistono! Il problema nel Kyujutsu (Kyudo è un termine moderno, coniato nel 1700) è che per arrivare a conoscerne un solo tipo occorre una intera vita, pertanto nessuno potrà mai dirsi “somélier”, ma piuttosto continuerà ad affermare che il suo vino è il solo vero vino che esiste al mondo e, come per i quattro ciechi indiani che tentano di descrivere un elefante toccandone ciascuno parti diverse, il mondo continua ad essere in guerra su qualsiasi cosa, dalla più banale alla più profonda.

Bibliografia:

The Grey Goose Wing, di E.G. Heath, Osprey 1971
Kyudo, di Hans Joachim Stein, Element Book 1988
Kyudo, un Tir .. une Vie, di Michel Martin, Editions Amphora 1990
Kyudo, essenza e pratica dell’arcieria giapponese, di H. Onuma, J. & Dan De Prospero, 1993
Kyudo, the way of the bow, di Feliks Hoff, Shambala Ed. 2002.
Il mito dello Zen nell’arte del tiro con l’arco, di Yamada Shoji, Take no ko Padova, 2001.