A sagittis Hungarorum Libera Nos Domine.


A sagittis Hungarorum Libera Nos Domine.
(Dalle frecce degli Ungari, salvaci o Signore)


E’ l’invocazione di una preghiera cristiana risalente al IX secolo d.C. e proveniente , pare, dalla Diocesi di Modena . Sebbene il contesto sia quello delle invasioni dei Magiari (detti anche Ungari) avvenute tra il IX e il X secolo d.C., l’Europa cristiana conservava ancora nelle memorie degli antenati le ferite e le devastazioni subite quattro secoli prima dagli Unni, spietati e invincibili cavalieri delle steppe asiatiche che, nel 452 d.C., rasero al suolo Aquileia, l’allora gioiello dell’Impero Romano d’Occidente, e costrinsero i sopravvissuti a rifugiarsi nelle paludi, fondando in seguito Venezia, tale era il terrore che ancora evocavano quei cavalieri dall’arco infallibile, che si temette il ripetersi di una tragedia. Da questi presagi nacque la famosa invocazione ufficiale ecclesiastica: “A sagittis Ungarorum, libera non Domine”.

Ma cosa rendeva gli Unni tanto temuti, oltre alla loro spietata ferocia? L’utilizzo di un sistema d’arma altamente sofisticato: l’arco unno composito usato dal cavallo in piena velocità. Nessun esercito o comandante militare in occidente aveva mai visto una simile tattica usata con successo su di un qualsiasi campo di battaglia europeo.

Normalmente in Europa gli arcieri venivano solamente trasportati sui cavalli ai luoghi degli scontri; giunti sul posto essi smontavano e usavano l’arco come truppe appiedate, questo in quanto la maggior parte degli archi europei nel V secolo erano assai ingombranti, fatti da un unico pezzo di legno, a volte rinforzato sul dorso con strati di pelle cruda. Erano armi inadatte da usarsi in sella e al galoppo, e gli Europei non avevano mai appreso quella difficile arte, cosa che fu ad essi spesso fatale.

L’arco composito nasce invece, e si sviluppa, in zone geografiche sostanzialmente prive di grandi foreste, che in Europa, al contrario, fornivano in abbondanza il ricercato legno di tasso con il quale noi “occidentali” abbiamo sempre costruito gli archi semplici. Ma nelle steppe eurasiatiche, cosi come nei territori mesopotamici, la natura era piuttosto avara in quanto a legnami adatti a costruire archi efficaci. Ed è quindi in queste zone più o meno brulle che nasce una delle armi più sofisticate del mondo antico: l’arco composito, che utilizza una sottilissima lamina in legno di betulla o acero, come struttura su cui incollare con robuste colle animali, strati di tendine sul dorso per sostenere l’allungamento traente, e lamine di corno sul ventre, ossia la parte interna dell’arco, per sostenere le fortissime sollecitazioni di compressione alle quali ogni arco è sottoposto in queste zone critiche. Questo “triplice icollaggio”, per il principio scientifico del “trave elastico”, dava origine alla più potente ed efficace molla naturale, per molti aspetti ancora oggi insuperata dai moderni materiali sintetici. Già ai tempi di Attila quindi erano note ed appezzate le doti di queste armi superiori, se pensiamo che tracce di archi compositi sono state rinvenute in sepolture di cacciatori nella valle del Lena, in Siberia, e risalenti addirittura al periodo neolitico (3000 a.C.) -
A conferma dell’uso di questi materiali da parte dei maestri costruttori d’archi per realizzare i loro ricercati gioielli bellici, vi è un antico testo mesopotamico noto come “Il libro di Ugarit” risalente al 1300 a.C., nel quale un certo Aqhat promette di rifornire la principessa, o regina Anat dei materiali necessari: “
Lascia quindi che ti prometta legno di betulla dal Libano, lascia che ti prometta tendini di toro selvatico. Lascia poi che ti mandi corni di capro selvatico e nervi dai lombi del toro…” (Yigael Yadin, The art of warfare in Biblical lands, 1963).

Ma l’arco unno possedeva una caratteristica che lo rendeva superiore agli altri archi compositi di concetto più antico. Questi nomadi delle steppe si “ispirarono” probabilmente ad un tipo di arco già in uso presso i Sassanidi di Persia alcuni secoli prima di Attila; e di fatto gli Unni si scontrarono con i Sassanidi, che a quanto pare gli tennero testa e li cacciarono. Ma vi sono anche teorie storiche inverse, che contemplano la possibilità che siano stati invece proprio gli Unni ad ispirare ai Sassanidi questo tipo di arco e il suo devastante modo di usarlo. A tal proposito il simbolo più noto di quella dinastia persiana è proprio un disco argenteo celebrativo che raffigura il Re Shapur II (309-379 d.C.) intento a tirare da cavallo con quel che sembra a tutti gli effetti un arco composto unno. (Museo Hermitage di S.Pietroburgo). Ciò che rendeva più efficace questo arco rispetto sia a quello semplice in legno che a quelli composti egizi e mesopotamici, erano due leve rigide applicate ad entrambi i flettenti dell’arma che agivano come naturali “acceleratori di resilienza” ossia amplificavano, tramite il principio della leva, la già alta velocità di ritorno elastico di due corti flettenti composti. Queste leve aggiunte tramite elaborati innesti rinforzati, potevano essere sia di legno duro che di osso.
L’arco unno era generalmente asimmetrico, ossia la parte inferiore era più corta di quella superiore, per consentire un minore ingombro in sella al cavallo ed anche per potere tirare agevolmente in ogni direzione passando con l’arma da un lato all’altro del collo della cavalcatura. Quanto alla potenza di tiro, si dice che, rispetto agi archi europei di solo legno, dei quali l’arco lungo inglese è la versione più famosa, l’arco unno avesse una gittata quasi doppia. Le curve accentuate e la forma riflessa riducevano l’altezza dell’arco ma ne consentivano una trazione molto lunga della corda. Un maggiore allungo di trazione era anche consentito dalla composizione lamellare della struttura. Sarebbe tuttavia errato pensare che tutti i soldati unni disponessero di questa versione assai elaborata e sofisticata dell’arco composto: infatti esso necessitava di tempi lunghissimi per la sua costruzione da parte di armaioli altamente specializzati, si dice la costruzione del tipo migliore in legno, corno e tendine, richiedesse fino a due anni di tempo. Perciò l’arco composto veniva anche costruito in versioni più semplici, alcune delle quali erano ottenute semplicemente tramite l’assemblaggio di strati di legni diversi, o al massimo con un rinforzo in pelle cruda sul dorso. L’arco composito a leve rigide di tipo “povero” ebbe larga diffusione in Cina fino a tempi recenti, ed era ottenuto mettendo al posto del corno e dei tendini semplici lamine in bambù; tuttavia archi in un solo pezzo di legno continuavano ad essere usati per la caccia tra molte tribù centro asiatiche. Infatti per la caccia erano sufficienti potenze di tiro inferiori rispetto a quelle usate per la guerra. Alcune tribù della confederazione unna preferivano un tiro di lunga gittata, mentre altre preferivano ottenere una maggiore forza di penetrazione a gittate inferiori: questo poteva essere ottenuto variando il peso delle frecce: infatti l’uso di frecce abbastanza leggere consente gittate molto lunghe, mentre frecce più pesanti hanno una gittata ridotta ma un potere di penetrazione ben più significativo. Alcuni cronisti riportano che gli unni scagliavano frecce in canna con la punta di osso, ma erano acute e penetranti come il ferro. Potevano perforare scudi in legno e corazze in cuoio ma erano inutili sulle armature a piastra di Ferro. Per questa ragione gli Unni avevano sviluppato una tecnica di tiro rapidissima, che consentiva la “spedizione” di un vero e proprio “sciame” di frecce nell’area nemica, in tal modo la possibilità di centrare punti non protetti, come la gola, viso o le ascelle, aumentava notevolmente.

L’uso dell’arco in guerra, fin dal tempo delle battaglie bibliche combattute da Israele contro i Filistei era in tutta l’antichità, preferibilmente praticato dal classico carro da guerra a due ruote piuttosto che dal cavallo, ma a sostegno della tesi che gli Unni appresero la tecnica del tiro diretto dalla sella dai Sassanidi e non vice versa, vi sarebbe il fatto che i primi esempi di questa difficile arte equestre sono proprio gli arcieri Iraniani raffigurati sui bassorilievi Assiri risalenti al IX sec. A.C.
Bisogna anche osservare lo sviluppo che tale devastante tattica ha richiesto, infatti le selle da cavallo più antiche erano prive sia della cintura addominale che delle staffe. Senza dubbio quindi nei primi tempi era molto più preciso un tiro d’arco effettuato da un pur traballante carro da guerra che non uno da un cavallo al galoppo, ma la mira dal cavallo migliorò notevolmente quando i cavalieri delle steppe scoprirono un modo per tirare in sincronia con l’attimo in cui i quattro zoccoli dell’animale sono tutti contemporaneamente sollevati da terra! (
Wikipedia). Agli Unni veniva impartito questo addestramento fin da età infantile, cavalcando capre e cacciando topi con piccoli archi. (Cesare Cantù, Storia Universale) . Non stupisce quindi se, ancora imberbi, fossero già una sola cosa con il loro cavallo e il loro arco, ed i “topi” da cacciare divennero gli Imperatori Teodosio e Valentiniano.

In conclusione è molto verosimile che i maestri degli Unni nel tiro a cavallo possano essere stati gli antichi Persiani, anche se in epoche a noi ignote. Infatti lo storico Senofonte, che scrisse la biografia di Dario I il Grande, narra che il re volle scolpita sulla sua lapide tombale questo epitaffio: “
Dario il Re qui giace in spoglia mortale. Nell’arco e nel cavallo egli mai ebbe l’eguale”.

Gli Unni sotto tale aspetto furono gli eredi degli Sciti, stanziati tra il Mar nero e gli Urali, il cui nome deriva dall’antico termine indoeuropeo “skeud” che significa arciere, e dei quali gli autori romani dicono che fossero in grado di scoccare frecce al galoppo con precisione micidiale persino girandosi all’indietro; fu in questo modo infatti che i Parti (popolazione scita) distrussero le legioni di Crasso nella battaglia di Carre

(53 a.C.) Gli Unni quindi in realtà riproponevano un antico conflitto mai realmente risolto: quello tra le popolazioni orientali a struttura imperiale nomade ed un occidente stanziale urbano e, ancora per poco, ostinatamente Romano. Alla morte del loro capo, Attila, gli Unni si dispersero e scomparvero. Il loro nome sopravvive solamente in quello di una nazione: l’Ungheria, che divenne regno cristiano nel X secolo.

Nel 1215, sette secoli dopo Attila, un altro capo asiatico ne raccolse il sogno di conquista e l’eredità guerriera: il suo nome… Genghis Khan. Ma questa sarà un’altra storia.



Fonti

- J.D. Clark, Neolitic Bows from Somerset and the Prehistory of Archery in North-western Europe, Cambridge, 1963;
- Journal of The Society of Archer-Antiquaries, Vol. 34 1991, (cover).
- New finds of Hun bows in the Altai of the Gobi, U.S. Hudiakov – D. Tseveendor, in Journal of the S.A.A 1993 Vol 36.
- Ygael Yadin, The Art of Warfare in Biblical Lands, McGraw Hill Book Company inc. 1963.
- Attila and the Nomad Hordes, David Nicolle PhD 1990, Osprey Elite Series.
- Toxophilus, La scuola del Tiro, di Roger Ascham, a cura di S, Benini, Greentime 1999.