L'arco e gli arcieri tra i popoli celti


Per un periodo di tempo discretamente lungo (tra gli inizi e la fine del ‘900) si è creduto che i Celti non fecero mai uso di archi e frecce, per il semplice motivo che gli archeologi non avevano rinvenuto nessun reperto che potesse far pensare al tiro con l’arco presso di loro.

Ma da una decina d’anni a questa parte tutti hanno dovuto cambiare idea.
Infatti non solo si sono ritrovate punte di freccia di quel periodo un po’ in tutto il nord Italia, ma addirittura sono riemersi, da quelli che erano villaggi celtici su palafitte, degli interi archi e frecce di legno di tasso e di corniolo del Trentino. Un altro arco celtico è stato ritrovato sotto una palafitta a Montale in provincia di Modena, quindi molto vicino al nostro territorio dove vivevano i Celti Lingoni.

Ad essere sinceri succede molto spesso che gli adulti, perfino quelli che studiano, siano a dir poco distratti: infatti sarebbe bastato rileggere un po’ più attentamente i libri che aveva scritto Giulio Cesare per trovarvi scritto che nelle Gallie c’erano a quei tempi tantissimi arcieri. Quindi i celti conoscevano, costruivano ed usavano gli archi e le frecce proprio come tutti gli altri popoli antichi.

Abbiamo visto però che i celti erano guerrieri che si vantavano del loro enorme coraggio (anzi, pare proprio che “celti” nella loro lingua volesse dire “Gli Audaci”), quindi possiamo supporre che, come i greci e i romani, considerassero più onorevole affrontare i nemici nel combattimento corpo a corpo.

Dopo queste considerazioni gli studiosi si sono accorti che durante la metà dell’ 800, erano stati già ritrovati degli archi lunghi di legno sia su delle barche sassoni In Danimarca, che nelle tombe dei guerrieri tedeschi di epoca romana tarda. Si usavano quindi gli archi semplici fatti con un unico pezzo di legno, che di solito era legno di tasso, come quello che ancora oggi possiamo vedere nei giardini e nei cimiteri. Questi archi potevano essere o corti sul metro e quaranta, come quelli del Galles, oppure lunghi fino al metro e novanta, come quelli danesi e tedeschi.

Gli archi che hanno ritrovato erano molto belli e ben rifiniti. Quelli lunghi potevano tirare le frecce fino a 200 metri di distanza.

Concordia Sagittaria


CONCORDIA SAGITTARIA, ALLE PORTE DI AQUILEIA
UNA DI INGRESSO PER L'ORIENTE NELLE PENISOLA ITALIANA

Mi ero sempre chiesto come, l'arciere raffigurato nel Museo della Cattedrale di Ferrara, brandisse un'arco ricurvo statico a leve rigide, di chiara foggia orientale, già nel 1200. Infatti a quel tempo Marco Polo non aveva ancora aperto la "Via dela Seta", che tale e tanta cultura materiale avrebbe in seguito portato in Europa.

Pensavo, sbagliando, che potesse essere una testimonianza di incontro-scontro con l'odiato e temuto nemico "saraceno" in un'epopea di sanguinose crociate, conclusesi con un totale disastro per l'occidente. No, solo adesso, dopo quasi vent'anni, mi sono accorto di quanto fossi fuori strada. Archi di quel tipo a leve rigide erano in uso presso gli Unni nel IV secolo e presso i Magiari nel IX secolo. Quel tipo di geometria ridotta e fortemente stressata presuppone una struttura laminare composita altamente sofisticata, già in uso presso Assiri ed Egizi ed in seguito presso Parti e Sciti, stanziati presso il Mar Nero e l'Elbruz (le legioni di Crasso lo impararono a loro spese a Carre nel 53 a.C.).

L'arco composto centro asiatico suscita ancora oggi negli specialisti un misto di stupore ed ammirazione, infatti è sorprendente constatare come, la scarsità di foreste di conifere e caducifoglie, possa stimolare l'ingegno umano fino a creare uno degli strumenti più perfetti e sofisticati del mondo antico. Questa arma portentosa aveva una gittata quasi doppia rispetto al semplice arco in legno europeo, che pure ha avuto nell'arco lungo inglese un campione ancora indimenticato.

La chiave di lettura per la presenza di quest'arco a Ferrara ai tempi di Nicolaus e Wiligelmo, va invece cercata proprio a pochi passi dalle rovine sontuose di Aquileia, pochi chilometri a sud di Oderzo e Portogruaro vi è un paese denominato, alla metà del secolo scorso, "Concordia Sagittaria". La cittadina sorge sulle fondazioni di quella che era in epoca romana la colonia "dedotta" cioè fondata alla metà del I secolo a.C. e denominata "Iulia Concordia", si crede che tale nome stesse a sancire un accordo di pace stipulato nel 42 a.C. dopo la battaglia di Filippi tra i triunviri Ottaviano, Antonio e Lepido da una parte, e i "repubblicani" Bruto e Cassio dall'altra. Il nome della colonia potrebbe così alludere alla pacificazione ottenuta dopo le sanguinose guerre civili successive all'uccisione di Cesare nel 44 a.C. Le abitazioni, in tutto simili a quelle delle terre abitate dai Veneti, ed ancora oggi ravvisabili nei tipici "casoni" presso la laguna di Caorle, erano a pianta rettangolare, con focolare, e coperte da un tetto a doppio spiovente in canne palustri.

Questo originario centro protostorico conobbe quel fenomeno lento, progressivo e inesorabile che fu la romanizzazione. Il trattato di alleanza tra Veneti e Romani del 225 a.C. e la successiva fondazione di Aquileia nel 181 a.C., furono eventi decisivi nel quadro della strategia di espansione di Roma nella parte orientale della Gallia Cisalpina, che aveva appunto trovato nelle popolazioni venete dei validi alleati, piuttosto che nemici da sottomettere.

Il passo successivo fu la creazione, intorno alla metà del II sec. a.C., di un'efficace rete stradale che attraversava tutto il territorio. Il sito della futura "Iulia Concordia" venne così a trovarsi in un punto strategico di questo sistema di comunicazioni, cioè proprio dove si intersecavano le due strade principali per Aquileia: la via Annia, realizzata nel 131 a.C. che provenendo da Adria passava per Patavium (Padova), e bordeggiava le lagune e la via Postumia, del 148 a.C., che collegava Tirreno ed Adriatico, da Genova fino ad Aquileia, attraversando l'intera pianura padana.

L'appellativo "Sagittaria" dato a Iulia Concordia alla fine dell'ottocento, si riferisce all'antica fabbrica di frecce (sagittae) che, come riportato nella "Notitia Dignitatum", un documento ufficiale del IV secolo d.C. che riporta le cariche militari con cui si amministrava il tardo impero, trovò qui sede appunto all'inizio del IV secolo. Il nome attuale è dunque l'esito della riscoperta del passato , che conobbe un'improvvisa fioritura negli anni 70 dell'800, grazie a campagne di scavi. Prima di allora la memoria storica della città romana, solo di sfuggita citata nelle fonti antiche - soprattutto Strabone e Plinio il Vecchio - trovava riscontro da una parte nelle collezioni di oggetti antichi di alcune famiglie del luogo, e dall'altra nel lavoro non ufficiale dei "cavatori di pietre" dilettanti.

Sotto Diocleziano, tra il 284 e il 305 d.C. con l'impero ancora non diviso, venne resa operativa la più vasta riforma sia militare che di tutto l'apparato statale civile mai messa in atto, per fare fronte alle già incipienti debolezze e divisioni dimostrate con l'invasione prima dei Qadi e dei Marcomanni, che nel 168 d.C. dalle Alpi Giulie invasero la pianura Veneta, Aquileia ed Oderzo (fermati con difficoltà da Marco Aurelio nel 169), e poi degli Alamanni, che dagli stessi valichi invasero l'Italia nel 271 d.C. (fermati con ancor più grande difficoltà da Aureliano).

Non stupisce se, in questo minaccioso scenario, la mastodontica riforma di Diocleziano vedrà in questi pendii la nascita delle "Claustra Alpium Iuliarum" ossia di una massiccia linea difensiva con forti e truppe mobili nelle retrovie, per bloccare l'accesso alla penisola. La riforma di Diocleziano da anche origine alla totale riorganizzazione della produzione di armi in forma quasi moderna in quanto "smilitarizzata" ossia affidata a maestranze civili, anche se organizate in forma militare, ma distribuite strategicamente sul territorio, diversificandone e frammentandone la produzione, in modo da impedire al nemico, in caso di caduta o tradimenti interni, di potere disporre di un completo arsenale pronto all'uso.

Aquileia si ergeva a primo baluardo di contenimento in caso di collasso del fronte in prima linea, mentre a Iulia Concordia furono stanziate le truppe mobili pronte ad intervenire in caso di ulteriore cedimento delle difese. A Iulia Concordia ed a Macon, in Francia, venivano costruite le frecce, gli operai erano militarmente organizzati, il mestiere era ereditario ed essi venivano marchiati sulle braccia per identificazione (il badge dell'azienda), erano tuttavia ben pagati e spesso potevano godere di privilegi e titoli onorifici.

Nell'economia strategica di Diocleziano gli scudi venivano prodoti sulla via Postumia vicino a Verona, gli archi a Ticinum (Pavia) e, secondo altre fonti, a Brescia (Brixia). La notitia Dignitatum non menziona alcuna "fabbricae arcuariae" o "sagittariae" nella parte orientale dell'impero, nonostante il rapporto tra le unità di arcieri stanziate in oriente fosse quasi doppio rispetto a quelle destinate all'occidente (44 contro sole 24). Ciò costituisce solo apparentemente un paradosso in quanto proprio in queste regioni l'uso dell'arco composito era maggiormente diffuso, ciò lascia supporre che la fabbricazione in serie fosse inutile in quanto gli artigiani locali erano in grado di soddisfare la domanda relativa alle truppe. Al contrario in occidente era lo stato a doversi far carico in prima persona del rifornimento delle truppe con una produzione di massa.
(G. Amatuccio, Gli Arcieri e la guerra nel Medioevo, Bisanzio, Islam, Europa; Greentime Ediz.)

Da allora Iulia Concordia divenne una città militare, sede di almeno 20 reparti fissi. Le sepolture rinvenute nella zona periferica dell'antico abitato di Iulia Concordia "Sagittaria", testimoniano dalle lapidi i nomi dei militari che li vivevano, asieme a quelli dei lavoratori della fabbrica di frecce.

Ma, e qui si chiude il cerchio apertosi con l'interrogativo iniziale sulla provenienza in Italia del poi diffusissimo arco ricurvo composito; nella stessa zona cimiteriale sono state pure rinvenute le sepolture di "coloro che giunsero al seguito delle truppe", nel nostro caso essi altri non erano che mercanti giunti da oriente, riconoscibili in quanto le loro iscrizioni sui sarcofagi non sono in latino bensì in greco.

Si è soliti dire, da due decenni a questa parte, che il tipo di arco maggiormente diffuso in Italia nel medioevo era il "ricurvo italico", diventato quasi un "must" tra gli arceri storici o tradizionalisti per asserire una sorta di rivalsa nazionale sul troppo celebrato, straniero ed anglosassone "longbow".

Ed in effetti, studiando le iconografie rinascimentali dei più celebri pittori che si sono espressi nella rappresentazione del San Sebastiano (Antonio e Piero Pollaiolo, Andrea Mantegna, Vittore Carpaccio, Francesco del Cossa, Il Perugino, ecc.), possiamo constatare che è il ricurvo, nelle due varianti: statico e a tutta flettenza, a farla da padrone nel nostro paese, con la sola possibile eccezione dei dipinti piemontesi che, nel martirio del famoso santo, mostrano molti archi diritti laddove i santi martiri ad opera di empie frecce rappresentati nei paesi fiamminghi, raffigurano immancabilmente arcieri muniti di arco lungo inglese.

Azzardando una possibile chiave di lettura geografica per la maggiore diffusione dell'arco ricurvo al disotto del Po, è possibile ipotizzare come determinante per la sua diffusione nella penisola il ruolo di questi mercanti giunti da oriente, le cui sepolture del IV secolo possiamo ancora vedere a Concordia Sagittaria, nelle Venezie. Così potremmo concludere che, come l'arco nazionale inglese è in realtà scandinavo, così l'arco nazionale italico proviene in realtà del continente asiatico.
Morale: si quietino gli animi e cessino i campanilismi.


Fonti:

- The great Warbow, M.Strickland R. Hardy, S.P.L. 2005
- G. Amatuccio, Gli Arcieri e la guerra nel Medioevo, Bisanzio, Islam, Europa; Greentime Ediz. 2010 - Archeologia Viva, maggio-giugno 2007, "Concordia Sagittaria, una colonia romana a Nordest", A. Vigoni E. Paternò.

A sagittis Hungarorum Libera Nos Domine.


A sagittis Hungarorum Libera Nos Domine.
(Dalle frecce degli Ungari, salvaci o Signore)


E’ l’invocazione di una preghiera cristiana risalente al IX secolo d.C. e proveniente , pare, dalla Diocesi di Modena . Sebbene il contesto sia quello delle invasioni dei Magiari (detti anche Ungari) avvenute tra il IX e il X secolo d.C., l’Europa cristiana conservava ancora nelle memorie degli antenati le ferite e le devastazioni subite quattro secoli prima dagli Unni, spietati e invincibili cavalieri delle steppe asiatiche che, nel 452 d.C., rasero al suolo Aquileia, l’allora gioiello dell’Impero Romano d’Occidente, e costrinsero i sopravvissuti a rifugiarsi nelle paludi, fondando in seguito Venezia, tale era il terrore che ancora evocavano quei cavalieri dall’arco infallibile, che si temette il ripetersi di una tragedia. Da questi presagi nacque la famosa invocazione ufficiale ecclesiastica: “A sagittis Ungarorum, libera non Domine”.

Ma cosa rendeva gli Unni tanto temuti, oltre alla loro spietata ferocia? L’utilizzo di un sistema d’arma altamente sofisticato: l’arco unno composito usato dal cavallo in piena velocità. Nessun esercito o comandante militare in occidente aveva mai visto una simile tattica usata con successo su di un qualsiasi campo di battaglia europeo.

Normalmente in Europa gli arcieri venivano solamente trasportati sui cavalli ai luoghi degli scontri; giunti sul posto essi smontavano e usavano l’arco come truppe appiedate, questo in quanto la maggior parte degli archi europei nel V secolo erano assai ingombranti, fatti da un unico pezzo di legno, a volte rinforzato sul dorso con strati di pelle cruda. Erano armi inadatte da usarsi in sella e al galoppo, e gli Europei non avevano mai appreso quella difficile arte, cosa che fu ad essi spesso fatale.

L’arco composito nasce invece, e si sviluppa, in zone geografiche sostanzialmente prive di grandi foreste, che in Europa, al contrario, fornivano in abbondanza il ricercato legno di tasso con il quale noi “occidentali” abbiamo sempre costruito gli archi semplici. Ma nelle steppe eurasiatiche, cosi come nei territori mesopotamici, la natura era piuttosto avara in quanto a legnami adatti a costruire archi efficaci. Ed è quindi in queste zone più o meno brulle che nasce una delle armi più sofisticate del mondo antico: l’arco composito, che utilizza una sottilissima lamina in legno di betulla o acero, come struttura su cui incollare con robuste colle animali, strati di tendine sul dorso per sostenere l’allungamento traente, e lamine di corno sul ventre, ossia la parte interna dell’arco, per sostenere le fortissime sollecitazioni di compressione alle quali ogni arco è sottoposto in queste zone critiche. Questo “triplice icollaggio”, per il principio scientifico del “trave elastico”, dava origine alla più potente ed efficace molla naturale, per molti aspetti ancora oggi insuperata dai moderni materiali sintetici. Già ai tempi di Attila quindi erano note ed appezzate le doti di queste armi superiori, se pensiamo che tracce di archi compositi sono state rinvenute in sepolture di cacciatori nella valle del Lena, in Siberia, e risalenti addirittura al periodo neolitico (3000 a.C.) -
A conferma dell’uso di questi materiali da parte dei maestri costruttori d’archi per realizzare i loro ricercati gioielli bellici, vi è un antico testo mesopotamico noto come “Il libro di Ugarit” risalente al 1300 a.C., nel quale un certo Aqhat promette di rifornire la principessa, o regina Anat dei materiali necessari: “
Lascia quindi che ti prometta legno di betulla dal Libano, lascia che ti prometta tendini di toro selvatico. Lascia poi che ti mandi corni di capro selvatico e nervi dai lombi del toro…” (Yigael Yadin, The art of warfare in Biblical lands, 1963).

Ma l’arco unno possedeva una caratteristica che lo rendeva superiore agli altri archi compositi di concetto più antico. Questi nomadi delle steppe si “ispirarono” probabilmente ad un tipo di arco già in uso presso i Sassanidi di Persia alcuni secoli prima di Attila; e di fatto gli Unni si scontrarono con i Sassanidi, che a quanto pare gli tennero testa e li cacciarono. Ma vi sono anche teorie storiche inverse, che contemplano la possibilità che siano stati invece proprio gli Unni ad ispirare ai Sassanidi questo tipo di arco e il suo devastante modo di usarlo. A tal proposito il simbolo più noto di quella dinastia persiana è proprio un disco argenteo celebrativo che raffigura il Re Shapur II (309-379 d.C.) intento a tirare da cavallo con quel che sembra a tutti gli effetti un arco composto unno. (Museo Hermitage di S.Pietroburgo). Ciò che rendeva più efficace questo arco rispetto sia a quello semplice in legno che a quelli composti egizi e mesopotamici, erano due leve rigide applicate ad entrambi i flettenti dell’arma che agivano come naturali “acceleratori di resilienza” ossia amplificavano, tramite il principio della leva, la già alta velocità di ritorno elastico di due corti flettenti composti. Queste leve aggiunte tramite elaborati innesti rinforzati, potevano essere sia di legno duro che di osso.
L’arco unno era generalmente asimmetrico, ossia la parte inferiore era più corta di quella superiore, per consentire un minore ingombro in sella al cavallo ed anche per potere tirare agevolmente in ogni direzione passando con l’arma da un lato all’altro del collo della cavalcatura. Quanto alla potenza di tiro, si dice che, rispetto agi archi europei di solo legno, dei quali l’arco lungo inglese è la versione più famosa, l’arco unno avesse una gittata quasi doppia. Le curve accentuate e la forma riflessa riducevano l’altezza dell’arco ma ne consentivano una trazione molto lunga della corda. Un maggiore allungo di trazione era anche consentito dalla composizione lamellare della struttura. Sarebbe tuttavia errato pensare che tutti i soldati unni disponessero di questa versione assai elaborata e sofisticata dell’arco composto: infatti esso necessitava di tempi lunghissimi per la sua costruzione da parte di armaioli altamente specializzati, si dice la costruzione del tipo migliore in legno, corno e tendine, richiedesse fino a due anni di tempo. Perciò l’arco composto veniva anche costruito in versioni più semplici, alcune delle quali erano ottenute semplicemente tramite l’assemblaggio di strati di legni diversi, o al massimo con un rinforzo in pelle cruda sul dorso. L’arco composito a leve rigide di tipo “povero” ebbe larga diffusione in Cina fino a tempi recenti, ed era ottenuto mettendo al posto del corno e dei tendini semplici lamine in bambù; tuttavia archi in un solo pezzo di legno continuavano ad essere usati per la caccia tra molte tribù centro asiatiche. Infatti per la caccia erano sufficienti potenze di tiro inferiori rispetto a quelle usate per la guerra. Alcune tribù della confederazione unna preferivano un tiro di lunga gittata, mentre altre preferivano ottenere una maggiore forza di penetrazione a gittate inferiori: questo poteva essere ottenuto variando il peso delle frecce: infatti l’uso di frecce abbastanza leggere consente gittate molto lunghe, mentre frecce più pesanti hanno una gittata ridotta ma un potere di penetrazione ben più significativo. Alcuni cronisti riportano che gli unni scagliavano frecce in canna con la punta di osso, ma erano acute e penetranti come il ferro. Potevano perforare scudi in legno e corazze in cuoio ma erano inutili sulle armature a piastra di Ferro. Per questa ragione gli Unni avevano sviluppato una tecnica di tiro rapidissima, che consentiva la “spedizione” di un vero e proprio “sciame” di frecce nell’area nemica, in tal modo la possibilità di centrare punti non protetti, come la gola, viso o le ascelle, aumentava notevolmente.

L’uso dell’arco in guerra, fin dal tempo delle battaglie bibliche combattute da Israele contro i Filistei era in tutta l’antichità, preferibilmente praticato dal classico carro da guerra a due ruote piuttosto che dal cavallo, ma a sostegno della tesi che gli Unni appresero la tecnica del tiro diretto dalla sella dai Sassanidi e non vice versa, vi sarebbe il fatto che i primi esempi di questa difficile arte equestre sono proprio gli arcieri Iraniani raffigurati sui bassorilievi Assiri risalenti al IX sec. A.C.
Bisogna anche osservare lo sviluppo che tale devastante tattica ha richiesto, infatti le selle da cavallo più antiche erano prive sia della cintura addominale che delle staffe. Senza dubbio quindi nei primi tempi era molto più preciso un tiro d’arco effettuato da un pur traballante carro da guerra che non uno da un cavallo al galoppo, ma la mira dal cavallo migliorò notevolmente quando i cavalieri delle steppe scoprirono un modo per tirare in sincronia con l’attimo in cui i quattro zoccoli dell’animale sono tutti contemporaneamente sollevati da terra! (
Wikipedia). Agli Unni veniva impartito questo addestramento fin da età infantile, cavalcando capre e cacciando topi con piccoli archi. (Cesare Cantù, Storia Universale) . Non stupisce quindi se, ancora imberbi, fossero già una sola cosa con il loro cavallo e il loro arco, ed i “topi” da cacciare divennero gli Imperatori Teodosio e Valentiniano.

In conclusione è molto verosimile che i maestri degli Unni nel tiro a cavallo possano essere stati gli antichi Persiani, anche se in epoche a noi ignote. Infatti lo storico Senofonte, che scrisse la biografia di Dario I il Grande, narra che il re volle scolpita sulla sua lapide tombale questo epitaffio: “
Dario il Re qui giace in spoglia mortale. Nell’arco e nel cavallo egli mai ebbe l’eguale”.

Gli Unni sotto tale aspetto furono gli eredi degli Sciti, stanziati tra il Mar nero e gli Urali, il cui nome deriva dall’antico termine indoeuropeo “skeud” che significa arciere, e dei quali gli autori romani dicono che fossero in grado di scoccare frecce al galoppo con precisione micidiale persino girandosi all’indietro; fu in questo modo infatti che i Parti (popolazione scita) distrussero le legioni di Crasso nella battaglia di Carre

(53 a.C.) Gli Unni quindi in realtà riproponevano un antico conflitto mai realmente risolto: quello tra le popolazioni orientali a struttura imperiale nomade ed un occidente stanziale urbano e, ancora per poco, ostinatamente Romano. Alla morte del loro capo, Attila, gli Unni si dispersero e scomparvero. Il loro nome sopravvive solamente in quello di una nazione: l’Ungheria, che divenne regno cristiano nel X secolo.

Nel 1215, sette secoli dopo Attila, un altro capo asiatico ne raccolse il sogno di conquista e l’eredità guerriera: il suo nome… Genghis Khan. Ma questa sarà un’altra storia.



Fonti

- J.D. Clark, Neolitic Bows from Somerset and the Prehistory of Archery in North-western Europe, Cambridge, 1963;
- Journal of The Society of Archer-Antiquaries, Vol. 34 1991, (cover).
- New finds of Hun bows in the Altai of the Gobi, U.S. Hudiakov – D. Tseveendor, in Journal of the S.A.A 1993 Vol 36.
- Ygael Yadin, The Art of Warfare in Biblical Lands, McGraw Hill Book Company inc. 1963.
- Attila and the Nomad Hordes, David Nicolle PhD 1990, Osprey Elite Series.
- Toxophilus, La scuola del Tiro, di Roger Ascham, a cura di S, Benini, Greentime 1999.